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È la fine dell’estate. Il caldo è ancora pressante e la mente si divide tra i ricordi delle spiagge e la tensione per il rientro all’attività lavorativa. Todays Festival si presenta a Torino nella penultima settimana di agosto come la chiave che chiude la stagione dei festival estivi con una formula ormai rodata e consolidata: un evento che non cerca i grandissimi numeri ma che raccoglie un pubblico attento e curioso attorno all’indie-rock e alle contaminazioni con l’elettronica. Anche questa edizione, la quinta, va in archivio con le immagini di uno Spazio 211 travolto da voci, melodie e distorsioni e un’ex fabbrica Incet densa di suggestioni, ritmi e percorsi mentali. Ambienti colmi di un pubblico attento e privi dei fastidiosi e deleteri bicchieri in plastica, degnamente sostituiti da contenitori riciclabili e riutilizzabili.

Una tre giorni con protagoniste le chitarre, quasi a voler rimarcare che la musica incentrata sulla sei corde – nonostante sembri che abbia perso capacità comunicativa e mordente presso i più giovani – ha bisogno e merita spazi per esprimersi ed esprimere il suo punto di vista sulla realtà contemporanea. Ecco, l’ultima giornata di festival ne è un esempio: Sleaford Mods, Johnny Marr, ex chitarrista degli Smiths, e Jarvis Cocker, con il suo progetto solista ormai distante dall’epopea dei Pulp, sono emblemi di un attitudine rock ribelle e impegnata, contraria alla Brexit e alle derive populiste europee, contro cui i Nostri si scagliano in prima persona. Politica e discorsi sociali a parte, i loro tre live chiudono magistralmente una domenica di Todays made in UK. Al Parco Peccei, uno degli spazi più intriganti della periferia torinese, gli Sleaford Mods regalano più di un’ora di rabbia e ribellione, mentre sul palco dello Spazio 211 Johnny Marr non tradisce le attese del pubblico. Perché – a parte i godibili pezzi dell’ultimo album solista, Call The Comet, dove non mancano i suoi riconoscibili arpeggi, come in Day In Day Out o Hi Hello o nel potente pezzo brit-dance Easy Money da Playland – il musicista di Ardwick regala tre momenti capaci di mandare in visibilio i fan: tre pezzi degli Smiths a cui si aggiunge la cover di Feel You dei Depeche Mode. Prima Bigmouth Strikes Again, poi, sul finale, This Charming Man e la chiusura affidata a There Is a Light That Never Goes Out. Marr, che sul palco si lancia in pose a là Elvis, è consapevole di far felici gli spettatori: sul prato è un tripudio di voci, mani al cielo, battiti accelerati. Sull’arrangiamento di archi e la linea melodica di flauto di There Is a Light… – curati proprio da Marr – gli sguardi si incrociano, le lacrime si confondono. Cosa sarebbe accaduto se al microfono ci fosse stato Moz?

Dopo di lui, è Jarvis Cocker, un altro veterano brit, a dimostrare che il tempo passa ma l’energia non tramonta. Al Todays presenta il suo nuovo progetto, il cui titolo è già un programma: Jarv Is. Cocker è tante cose, o semplicemente un’anima artistica a 360 gradi: tra i paladini del brit-rock come musicista e leader dei Pulp, lo abbiamo visto in veste di videomaker per conto di Aphex Twin e Erlend Øye, oppure al fianco di Harry Potter, a cui ha regalato un cameo e ben tre canzoni per l’ultimo film, oltre alla frequentazione assidua con Nancy Sinatra e Charlotte Gainsbourg. Più che un concerto, la sua è una performance: battute e scambi di dialoghi con il pubblico si alternano a esilaranti sketch e naturalmente ai brani del repertorio, tra cui Further Complications, You’re In My Eyes Discosong, per chiudere con Cunts Are Still Running The World. A volte la formazione sembra esagerare con i virtuosismi, lasciandosi andare a una deriva semi-prog, ma a Jarvis si può perdonare tutto.

All’insegna della Union Flag, anche un altro dei momenti più memorabili e emozionanti del festival quando sul palco – nella prima giornata – si presenta, rigorosamente seduto, Jason Pierce / J Spaceman. Avvolti in una scenografia psichedelica e sognante, accompagnati da tre formidabili coriste, gli Spiritualized offrono una performance di assoluta spiritualità rock. Una congiunzione con l’immateriale, tra melodie angeliche e chitarre pungenti, che parte con Hold On, attraversa i pezzi dell’ultimo lavoro, And Nothing Hurt, e si chiude – come meglio non poteva – con una cover di Oh Happy Day degli Edwin Hawkins Singers. Gli occhi si fanno lucidi. C’è poco spazio per riprendere fiato e placare gli animi, perché dopo il profeta degli Spaceman 3, arrivano le chitarre aeree e spacey ma anche più ruvide e rumorose dei Ride. Di recente la band è tornata con un nuovo lavoro, This Is Not A Safe Place, da cui propone Jump Jet, la danzereccia Repetition, il jangle-pop sognante di Future Love, il rumore di Kill Switch: l’album conferma anche dal vivo le buone impressioni espresse in sede di recensione dal nostro Tommaso Iannini. Il nuovo percorso della band di Oxford, attenta a non lasciarsi cadere nella facile nostalgia del passato, si lascia piacevolmente ascoltare. Ma naturalmente è l’occhio al glorioso passato a richiamare i cuori del pubblico. Come un’onda cupa – quella della copertina del loro esordio lungo, Nowhere (1990) – Seagull, Vapour Trail e Dreams Burn Down bagnano il palco torinese con gocce catartiche e lo sferzano a suon di frastuoni shoegaze.

Nella stessa giornata, spicca anche lo sguardo tagliente di Bob Mould, l’anima punk a cui è affidata l’apertura del festival. Sul palco è solo, non ci sono più – purtroppo –  gli Hüsker Dü e neanche gli Sugar. Ma il cantante e chitarrista è ormai a suo agio nelle vesti di solita: lo si percepisce anche ascoltando l’ultimo album, Sunshine Rock, lo si intuisce vedendolo destreggiarsi dal vivo con la sua amata chitarra. Il marchio della sua voce resta vivido quando, nello scorrere della scaletta, passa in rassegna le perle del progetto fondato con il bassista Greg Norton e il compianto batterista dal cuore d’oro, Grant Hart, scomparso due anni fa.

Il salto temporale tra i giorni del Todays, all’insegna dei migliori act, ci porta dritti nell’estasi malinconica dei Low. Il trio di Duluth – che sale sul palco dopo le apprezzabili nuove proposte Adam Naas e One True Pairing, il nuovo progetto solista dei Wild Beasts – decide per più di un’ora di condurre il pubblico in una dimensione altra in cui convivono magiche melodie, ambienti opprimenti, vocalità sublimi. A susseguirsi in scaletta, Dancing and Blood, Always Up, Fly, Disarray, Always Trying to Work It Out, ovvero i pezzi di Double Negative, l’album con il quale i Low si sono nuovamente reinventati. Il disco è in alto in tutte le classifiche dei migliori lavori dell’anno trascorso e, dopo averlo per larga parte vissuto e adulato dal vivo, se ne comprendono sempre più le ragioni. È un crogiolo di atmosfere tremanti, insidie e amare riflessioni, da ingoiare, elaborare, espellere, per poi trarne piacere.

È, invece, un piatto dolce e raffinato quello che si gusta all’Open Incet con la Cinematic Orchestra, reduce dal lavoro To Believe: la formazione schiera alla voce la profondità black di Heidi Vogel che, unita alle trame atmosferiche di archi, tastiere e percussioni, conduce il pubblico di Todays a un meritato riposo dei sensi prima dell’immersione visuale e sonora nell’arte del campionamento degli JJ Jeczalik & Gary Langan, i fondatori degli Art Of Noise. Lo spazio dell’Incet, un prezioso contenitore di sensazioni post-industriali, ospita inoltre, come atto conclusivo del festival, le divagazioni tra piano e elettronica di Nils Frahm, producer che, anche dal vivo, riesce a trasmettere il fascino delle produzioni di casa Erased Tapes. Un viaggio tra colori sfumati e sensazioni eteree al tramonto della stagione estiva.

Tra gli altri act da menzionare c’è l’headliner della seconda giornata: la voce, tra folk e soul, di Hozier che, nonostante si presenti con una formula di cantautorato un po’ telefonata, intrattiene la folla grazie alla profondità delle corde vocali e all’intensità dei testi e delle parti corali. Destano interesse anche le tonalità soul di Adam Naas e il synth-pop di One True Pairing. Tra i gruppi d’apertura, i Parcels divertono e sprizzano solarità a suon di funky e french-touch (il tocco dei Daft Punk nella produzione di alcuni loro brani è evidente), i Balthazar, pur senza toccare vette altissime, fanno il loro compito a suon di pop-rock orecchiabile. Promossi anche i Deerhunter, forti di una nuova palette sonora che unisce dream-pop, pulsazioni krautrock in strutture pop affascinanti. Oltre ai brani dell’ultimo lavoro, Why Hasn’t Everything Already Disappeared, non mancano in scaletta le perle di Halcyon Digest. Il party inaugurale, invece, premia la velleità, molto in voga, di unire i quattro tempi del clubbing alle sonorità latine e post-coloniali di Chancha Via Circuito e Dengue Dengue Dengue.

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