Recensioni

A fine agosto, dopo la sbronza di festival e concerti all’aperto, musica sulle spiagge o nei party, chi non ha mai avvertito la sensazione di malinconia e tristezza nel dover dire addio all’estate e immergersi negli impegni lavorativi di sempre. Todays Festival, per la terza edizione a Torino, arriva proprio in quel momento a chiudere la stagione dei festival e ad aprire quella dei concerti autunnali, a ricordarci che la musica sarà sempre con noi, come veicolo di benessere fisico e psicologico. In particolare il caro e vecchio rock, elemento focale di ogni edizione del festival, che, nonostante i proclami di morte da parte di più settori artistici e di critica, continua a farsi portavoce di ansie e umori di più generazioni, agendo in maniera trasversale (al Todays il bello è vedere una famiglia accanto a un gruppo di teenager vicino ad una coppia di trentenni) e trasferendo emozioni e sensazioni che, pur rinnovandosi stilisticamente, mantengono un fascino immortale.

La line-up della terza edizione del consolidato appuntamento torinese è, ancora una volta, all’insegna di un sapiente mix di classici (PJ Harvey, Richard Ashcroft) e contemporanei (Perfume Genius, Mac DeMarco), indie e alternative (Band of Horses, The Shins, Timber Timbre), elettronica ricercata e mai banale (Roly Porter, Max Cooper, Byetone) in un pastiche di grande qualità che rafforza l’identità del festival e lo posizione nell’alveo dei più importanti appuntamenti europei. Da aggiungere, poi, che lo sguardo sul presente si è ulteriormente ampliato quest’anno grazie alla collaborazione con Varvara Festival che, negli spazi post-industriali dell’ex fabbrica Incet, ha fatto ballare fino all’alba un pubblico mai domo con una selezione eterogenea, capace di spaziare tra le diverse sfumature del verbo techno, dalle mazzate UK di Karenn (progetto di Blawan e Pariah) ai saltelli acidi dei Boston 168. Insomma, chapeau Todays Festival, sia per il successo in termini di pubblico (registrato il tutto esaurito per gli abbonamenti, per i primi due giorni di concerti, come anche per la sezione clubbing all’Incet e il pool party al Parco Sempione), sia per la qualità artistica. Anche perché ha avuto il merito di farci trascorrere, per l’unica data estiva italiana, più di un’ora e mezza all’insegna della catarsi artistica e spirituale firmata PJ Harvey. Il suo live, nella prima giornata di festival, venerdì 25 agosto 2017, va in archivio come uno dei momenti più alti della tre giorni in una città, Torino, che pareva deserta e spettrale nei giorni antecedenti, salvo poi acquistare turisti e volti (circa 30mila presenze secondo l’organizzazione) per le stelle dell’evento. E Polly Jean, elegante e trasgressiva allo stesso momento, dalla voce visionaria e profetica, sa come prendere i loro cuori e trascinarli in alto, come i suoi sguardi, sempre rivolti al cielo. Non ci fa mancare nulla la sua scaletta: dalla marcia, spronata da chitarre acide, di The Ministry Of Defence, dove le parole cantate e pronunciate dalla musicista britannica sono forti e intense (così come nell’attacco al progetto Hope VI, tramite il quale il governo degli Stati Uniti ha demolito gli alloggi pubblici dei quartieri più poveri della città, del pop-rock di The Community Of Hope), ai timbri di sei corde morbide estratti da Let England Shake del 2011 (rapimento estatico offerto da The Words That Maketh Murder), fino al ricorso sensuale e penetrante al sax, come nella ballad In The Dark Places. Parentesi garage e punk con 50ft Queenie dal suo secondo album, Rid Of Me, poi una chiusura letteralmente memorabile con River Anacostia. 

Il mantra del brano «Wade in the water / God’s gonna trouble the water» ce lo portiamo in testa fino all’arrivo scazzato sul palco di Mac DeMarco, che già fa capire il suo atteggiamento a chi non lo avesse mai ascoltato. Partecipa al sound-check fumando una sigaretta dopo l’altra, ogni tanto sorride e sbuffa, gioca con il pubblico e con i membri della band. Sotto palco c’è chi controlla la sua biografia su Wikipedia per rispondere a dubbi personali, mentre panini e birrette accompagnano l’attesa di folti gruppi di ragazzi. Il cantautore canadese non li delude, proponendo il meglio del suo repertorio, tra una Salad Days attesissima e una malinconica This Old Dog dall’ultimo disco, calandoci in atmosfere folk psichedeliche ed elettroniche che ci fanno cantare ad occhi chiusi, cullati da dolci melodie. Il migliore commento al suo live arriva da un gruppo di ragazzi che, in risposta ad una signora che li aveva invitati ad essere più felici, rispondono: «Mac DeMarco ci rende così, è felice fuori, ma triste dentro».

Sul versante degli headliner più legati alla storia, il giorno successivo, sabato 26 agosto, ha offerto il revival degli anni Novanta all’insegna del brit-pop di Richard Ashcroft. Uno che ormai si è lasciato alle spalle i Verve, sia musicalmente – basti ascoltare il synth-pop banalotto dell’ultimo disco These People – sia a livello di look, presentandosi con tanto di occhiali da sole kitsch e camicia bianca con pettorale e stomaco in bella vista. I fan presenti sembrano essere tutti lì per rivivere il fascino di un album cult dei Verve come Urban Hymns e così canzoni come Bitter Sweet Symphony, The Drugs Don’t Work e Lucky Man sono un piacevole tuffo nel passato. Richard non ha perso la voce né una certa carica sul palco, anche se sembra esagerare con l’atteggiamento spocchioso da rockstar che lo porta ad allungare all’inverosimile, scatenando eccessive coralità, le code dei brani, anche quelli della sua carriera solista, come Music is Power e Break Night With Colour.

Piaccia o meno, il brit-pop di Ashcroft ha reso il sabato sera melodico e piacevole, in una giornata, la seconda di festival, che aveva visto anche l’incantevole performance di Perfume Genius. L’artista di Seattle, reduce da uno degli album più interessanti dell’anno in corso come No Shape, unisce pop ricercato e innovativo, tra elettronica e indie-rock, a vocalizzi profondi e multiformi, muovendosi sul palco con grande effetto. Teatralità e drammaticità, dolore e consapevolezza identitaria, si mescolano in un live di grande qualità.

Un’altra proposta che, anche su queste pagine, abbiamo esaltato, è quella dei Timber Timbre, chiamati prima degli Shins e dopo l’ottimo e viscerale post-punk degli italiani Gomma nell’ultima giornata di festival. Il rock della formazione canadese ha acquistato, nell’ottimo lavoro Sincerely, Future Pollution, una spazialità spigolosa e pungente, costruita su trame di chitarre e synth vicine allo shoegaze e avvolta in un mantello di alienazione. Taylor Kirk è impeccabile sia con la voce che con basso e batteria, a parlarci della disperazione dei tempi moderni ma anche a liberarci dai mali con il potere apotropaico del rock. Ci fanno invece stare bene e felici gli Shins, con il loro live dai caratteri indie-pop, a volte folk oriented, che scorre via tra punte di zuccheroso rapimento emotivo (come non citare New Slang) e scariche di vitalità. E, a proposito di energia, i Band Of Horses, altra data unica italiana firmata Todays, ne hanno da vendere, con un mix di melodia, falsetti vocali, arrangiamenti pop e carica grunge.

Se lo spazio dato al rock conquista il primo piano, non sono da meno però le parentesi elettroniche, allestite in collaborazione sia con Ambienti Digitali che con Varvara Festival nella location dell’Incet. Segnaliamo le costruzioni cinematiche, spigolose, ambientali e immersive di Roly Porter (Third Law spacca anche dal vivo) nel buio lynchano del Parco Peccei, l’ottimo live ambient-techno di Max Cooper negli spazi dell’Incet, dove le acidità su base Roland, spinte a velocità siderali, proposte dal live dei Boston 168 hanno travolto muscoli e neuroni dei clubber, mentre la cattiveria industrial-techno del progetto Karenn ha liberato nell’aria ogni eventuale preoccupazione che si annidava nelle menti degli astanti.

Parentesi italiana. Nonostante lo spazio concesso agli act dei nostri connazionali sia di scarsa durata (mezz’ora circa), si sono distinti l’ironia al pianoforte e il sapiente uso della voce di Giovani Truppi, la carica punk dei Gomma, il pop-rock psichedelico di Andrea Laszlo De Simone e il trash pop vincente, sarcastico e divertente dei Pop-X, impegnati domenica pomeriggio in un pool party a bordo della piscina di Parco Sempione, altra location scelta da Todays. Già perché il festival non riesce a stare fermo: si muove tra diversi generi, coglie varie generazioni, si sposta tra differenti aree. Sempre in corsa verso il successo.

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