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Nuovo album, nuovo inizio. Sono un grande arriva in un momento significativo per Tiziano Ferro: una nuova manager, Paola Zukar (subentrata a Fabrizio Giannini e già al fianco di Marracash, Madame e Fabri Fibra), un divorzio (da Victor Allen), problemi di salute, un blocco creativo e la conseguente crisi affrontata a cuore aperto con i fan attraverso i social. Un periodo nero seguito a successi tanto editoriali (La felicità al principio) quanto discografici (il precedente album Il mondo è nostro) e live. Tutto lasciava presagire una rinascita. Ma, spoiler: alla prova dei fatti non si è concretizzata.

L’antifona, del resto, la si era già intuita con Cuore rotto e quel video che strizzava l’occhio a Blank Space di Taylor Swift. Ora, con tutte le carte sul tavolo, il quadro è ancora più chiaro, a partire dal team di produzione: Zef, Marz, Marco Sonzini, Madfingerz, Bias, Alessandro De Crescenzo e Will Medini. Sotto una patina di rinnovamento, è il Tiziano Ferro che conosciamo, quello che insiste sul passato remoto, sulle frasi slogan e le rime telefonate. “Perché se non sono ancora morto… / Sarà per caso, sarà per torto / Oppure sarà perché sono un grande… e non me ne sono mai accorto”, canta nella title track co-firmata da Roberto Casalino“Volevo sanguinare tantissimo / E dirvi addio in modo bellissimo” recita in Milite ignoto uno dei brani chiave del lotto, un R&B à la Chris Brown che tenta di restituire autorevolezza drammatica alla narrazione, ma finisce per indulgere in un melodramma autocompiaciuto. Stessa storia per Fingo & spingo, secondo singolo comunque orecchiabile, che inciampa proprio nel testo, con strofe come: “Fingo e spingo / E tutti mi convincono che se fingo ancora / Un giorno sembrerà normale rimanere muto / Se non hai speranza, perché chiedi aiuto”.

L’album alterna momenti di rabbia e delusione a confessioni più intime (quasi sempre in chiave uptempo) con sfera privata a rimanere centrale: Ti sognai (scritta a sei mani con Laura Bono e Pilar Arejo) nasce come ballad romantica e si trasforma in una lettera strappalacrime a una persona cara; Le piace celebra il rapporto con la figlia, citando Battisti nel ritornello; Quello che si voleva recupera invece l’inciso de La vita che si voleva di Chiara Galiazzo. Il tutto sarebbe anche dignitoso, ma resta pur sempre una coazione a ripetere: senza slancio e fatta soltanto di istantanee dimenticabili, come in una sorta di Smemoranda musicale.

Chiude l’edizione fisica Tra le mani un cuore, scritta da Tiziano Ferro per Massimo Ranieri: il brano più classico e compiuto di un lavoro che resta sospeso tra passato e presente, con uno sguardo al passato (Rosso Relativo, 111), uno timido sul presente e nessuno rivolto al futuro.

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