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Con quell’approccio definitivo di chi si avvicina ad ogni secondo da suonare come se fosse l’ultimo, i Titor tornano a quattro anni di distanza da Rock Is Back mettendo in fila nove brani che sibilano il rock-metal del debutto arricchendolo di un hard-rock dai risvolti grunge. E se ai più distratti tutto questo potrà apparire come un insieme di sonorità ampiamente fuori tempo massimo, in realtà L’ultimo, nel solco di suoni comunque ampiamente affrontati e approfonditi in tutte le salse, ha il non banale merito di suonare diretto e sincero in tutta la sua urgenza espressiva. Che sia un’invettiva in prima persona utile al cantante e autore dei testi Sabino Pace per espiare personali esperienze e riflessioni o un inno all’accelerazione chitarristica, tutto torna utile nel confezionare un suono duro e compatto che non smette di martellare un secondo.
Tra spoken word accusatorio in stile Il Teatro degli Orrori (Je m’accuse!), sfrontatezza Linea 77, sfoghi emocore à la Gazebo Penguins (Gli anni della voglia di morire), scampoli di rock italiano metà anni Novanta (May Day) e i giri al massimo dei Refused, i Titor raccontano un mondo deluso, illuso, rimasto con in mano il cerino di una vita costruita sperando in altro. Parafrasando Morandi, dalla parte di quegli altri Novecentonovantanove che non ce la fanno. La varietà di soluzioni, nonostante la ridondanza che il genere potrebbe far trasparire, aggiunge un punto in più al lavoro dei quattro, che non rinunciano – anche se con risultati altalenanti (bene in Gloria, meno bene in La fine del giorno) – alla costruzione di canzoni più accessibili da spendere dal vivo.
Rabbia e furore musicale racchiusi in un disco ben suonato che lascia intravedere un gruppo teso ad arricchire ogni angolo del proprio suono, senza lasciare spazi vuoti o momenti incompleti, rischiando e talvolta inciampando, ma senza mai smettere di vivere ogni attimo come se fosse l’ultimo.
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