Recensioni

6.6

C’è un’assenza che pesa nel nuovo disco dei Tiromancino. Manca il Sinigallia di Cadere, Io sono Dio e delle altre splendide polaroid dell’esordio omonimo (uno dei dischi electro-pop più sottovalutati ma non per questo meno importanti degli ultimi anni di pop italico). Zampaglione senza la metà storica del suo gruppo tenta di fare il botto. E quasi quasi ci riesce. Butta dentro il singolo L’essenziale, una cosa che è già nelle teste al primo ascolto: le ferite, il pop melò e le lacrime (ma anche il tempo che passa e le piccole poesie che questo rinnovato album propone) si infatuano di suoni wave, di chitarre con un eco corretto mai troppo spinto, di una vocalità che parla con l’accento romano e non se ne vergogna.

Sarà che si ascolta velocemente, sarà che non è supponente e non è sdolcinato, non è quello che la quasi totalità degli album propone dai pulpiti glitterati della classifica. Il kitsch non è nelle corde dei Tiromancino, anche se le metafore sono troppo dirette e i ragionamenti non si spingono troppo in alto. Il bello sta nella ‘medietà’. Il riconoscersi dentro a queste note e a queste rime, come avevamo fatto su altri lidi con gli ultimi ripensamenti degli Amari (no, non è così peregrino l’accostamento), è ancora una volta una possibilità di uscita da una condizione di stallo che la generazione di Zampaglione sperimenta quotidianamente. Il pop quindi come uscita dal vuoto di ogni giorno.

Aiutata nella stesura dei testi dalla penna del padre Domenico, l’epifania del quotidiano ci travolge in poco più di quaranta minuti con delle schitarrate di pancia (Mondo Imperfetto, Migrantes), delle ballad intimiste (Esiste un posto, Quanto ancora), degli uptempo acustici (La strada da prendere) e il featuring con Fabri Fibra in hip-hop generazionale come solo l’uomo sa raccontare (L’inquietudine di esistere). Zampaglione sa parlare di quello che stiamo vivendo senza urlare, usando storie credibili e suoni personali. Scusate se è poco.

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