Recensioni

La premiata ditta Tiny Tide si è rimessa in moto dopo l’anno sabbatico e siamo già al secondo titolo da inizio 2013. Con White Monster la puntina va a graffiare solchi noise-pop un po’ come lo Stephin Merritt invalvolato Jesus & Mary Chain di Distortion, mantenendo però il baricentro sul versante dreamy della faccenda, ragion per cui non si fanno certo desiderare trame Sarah e declinazioni Belle And Sebastian. Tutto ciò a dispetto del fatto che lo stesso Mark Zonda dichiari d’essersi ispirato a Scary Monsters, al White Album e a The Dreaming di Kate Bush.
Aggiungiamo magari che nella title track sono precepibili sviluppi vetrosi à la Brian Eno, che We Dream On tradisce retaggi Moroder asprigni e che The Last Picture Show sembra ipotizzare un connubio letargico tra Human League e Patrick Wolf. Poi, dal punto di vista strettamente sonoro e canzonettistico, non ci sarebbe moltissimo da aggiungere. Messa in prospettiva però la faccenda compone un quadro più complesso e affascinante: un senso d’immaginario ricostruito pezzo per pezzo in bilico tra intimo e collettivo, come se i frammenti del discorso amoroso zondiano recuperassero via via le posizioni precedenti il big bang della vita adulta, ricomponendo il puzzle sfaccettato di una passione tangente il pianeta pop, segnatamente musicale ma anche cinematografico, fumettistico, televisivo.
Vedi i feticci Doctor Who e Mike Bongiorno che aleggiano in Soufflé Girl, Hello, Victoria e Mike Tonight. Vedi l’ammirazione per il celebre Decalogo in Kieslowski Eyes, per Peter Bogdanovich nella già citata The Last Picture Show o l’amore vero e proprio per una certa Chan Marshall in The Power Of The Cat. E’ per questo che Tiny Tide/Zonda/Zondini non si fermano mai: il suo (il loro) è fare musica come pedaggio di una vita che sarà pure grama ma resta pur sempre piena di meraviglie da adorare. E che perciò è giusto celebrare. Tu chiamala se vuoi gratitudine. Che soffia sulle vele di queste barchette così fragili, così struggenti.
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