Recensioni

Il settimo album targato Tiny Tide propone ancora una volta un distillato della poetica del suo leader, solo modificando le dosi e qualche ingrediente. L’effetto è disarmante soprattutto per come, smaltito il senso di ripetitività, dalle canzoni esali un impasto irresistibile di entusiasmo e struggimento. Concepito come una sorta di concept dedicato alle vicissitudini personali dell’estate appena trascorsa (un po’ come già fece Plato’s Summer Stars), questa sorta di blog musicale zondiano non può fare a meno di passare dalle parti di quel Moroder riesumato con fasti ipermediatici dai Daft Punk, solo che in questo caso diventa un affare ben più intimo e frugale, una declinazione tra le altre dell’incommensurabile sogno pop rock (notevole il Limhal metabolizzato Sarah Records di Drunk Pictures In The Loo).
Quanto al resto, tra devozioni smitshiane e vampe noise in agrodolce (la conclusiva Royal Park sembra Cobain che sogna i Jesus & Mary Chain), spiccano nella dozzina di tracce due omaggi espliciti: l’iniziale Honky Tonk Pollard – arrangiamento caleidoscopico surgelato in un’allucinazione Stones – e quella In Love With The Shangri-Las che sparge sapore di sale californiano su beat 60s ribadendo la sostanza dell’immaginario Tiny Tide, mondo parallelo di mitologie e anti-eroi pop con un enorme futuro dietro le spalle.
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