Recensioni

Dopo questo terzo album, il nuovo e lucidissimo The Something Rain, in poco meno di sei anni ci si ritrova costretti a descrivere i Tindersticks cianciando non più di banali ritorni e platoniche crocefissioni, ma solo di un'eleganza più sussurrata, dell'universalità della notte. Il terreno di caccia della band di Nottingham è lo stesso da vent'anni, eppure; eppure si rinnova nonostante la continua marchiatura di sangue e gin su quell'anima trafitta (tutti ce l'hanno, ci rassicurano), bisognosa di litanie jazzy e voci baritonali, sempre di immersioni, raramente di ritorni, perennemente in ricerca; una visione diacronica dell'amore affaticata eppur mai doma, arrampicata sull'iconografia unica che la band di Stuart Staples è capace di dar di sé: le rincorse dell'amore contro il tempo, tutti i sensi. Spulciando nella seconda giovinezza dei Tindersticks (gli impervi anni zero), dall'orchestralità di The Hungry Shaw, passando per la schizofrenia colorata di Falling Down A Mountain, si giunge a The Something Rain, così perlaceo, così ispirato, a rappresentare la nona variazione sul tema.
L'iniziale Chocolate, a riprendere l'amore interrotto di My Sister (contenuta in Tindersticks II), tra colori pastelli e notti perse a declamarsi al nulla, un kurtwagneriano sogno ad occhi persi rotto dalla rincorsa in stile Sophia sul finale traboccante di fiati che scavano. A seguire, la marzialità di Show Me Everything (tra venature soul e gesti vocali quasi intimidatori) e il valzerino notturno di A Night So Still, così affossato tra rivoli di flanger e ripetizioni fumose, vi riconcilierà con storie notturne dall'immobilità imparziale. This Fire Of Autumn rappresenta l'episodio più atipico e devastante: una rincorsa trafitta da alcolici urli soul e assettata di fondali alla Claire Denis. Non c'è un attimo di tregua tra ombre ballardiane (Come Inside) e continui ammiccamenti à la Roxy Music (Slippin' Shoes), come se il tutto fosse un cuore spezzato nel bel mezzo degli ovattati e pieni anni settanta e non ancora ricucito. E così, l'apparente dismissione di Medicine nasconde un'aura coheniana da lascarci il fiato, accompagnata poi dall'anima chamber(latina) di Frozen, infinita e singhiozzante, dove la voce si sovrappone disintegrandosi e lasciando gli scarti, l'essenza, "just hold you, hold you". Goodbye Joe chiude il sogno, tra rintocchi premonitori e lacrime sulla moquette, senza la voce di Stuart Staples, senza paure.
Rispolverate il guardaroba, accarezzate il vostro vestito migliore, come dice Stuart, "we are still drinking, laughing, crying, fighting and fucking". Aura di classicità nell'aria, godimento per tutto il resto.
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