Recensioni

Viene quasi da metterla in secondo piano la musica, parlando dei Tinariwen, poiché la loro vicenda umana possiede una tale profonda e drammatica pregnanza da sopraffarla. Poi ci si ripensa e si riconosce quanto le due cose siano inestricabilmente congiunte, come una non sarebbe ammissibile senza l’altra e viceversa. Sono rivoluzionari con la chitarra in mano, costoro. Sul serio, però, a differenza di chi va in giro a sostenerlo e vive – come me e voi che leggete: c’è poco da fare – in un opulento mondo occidentale sempre più arroccato su se stesso e i propri privilegi. Sono i famosi “uomini blu”, tribù nomade del deserto che in tanti hanno provato vanamente a domare (Arabi, Francesi, il governo del Mali) o sfruttato per i propri fini (Algeria e Libia). Spaventano chiunque perché non hanno casa, ma una cultura – orale e parecchio robusta – eccome. Ed è al suo nocciolo che l’ensemble guidato da Ibrahim Ag Alhabib costituisce meravigliosa eccezione, primo gruppo vero e proprio che si forma in modo non estemporaneo e impiega chitarre acustiche ed elettriche al posto degli strumenti tradizionali. Inaudito, quindi. Per loro come per noi.
Da qui del Mediterraneo c’è da restar ulteriormente sorpresi, anzi stupefatti, da cosa si ascolta in questo loro terzo lavoro, risposta a un già sensazionale Amassakoul vecchio ormai due anni e mezzo. Un John Lee Hooker ancor più scarno che si concede a ipnosi da psichedelia californiana (Ikyadarh Dim naviga tra le stelle, impalpabile e notturna), corroborato da reiterazioni minimaliste che si prendono il lusso di sconfinare nel kraut rock (l’incredibile Assouf) e flettono i nervi con un sentore funk. Assente la batteria, ci si fa caso solo dopo parecchi ascolti, sostituita egregiamente da percussioni e battimani che fanno uno con litanie vocali febbrili prossime a Nusrat Fateh Ali Kan (Cler Achel), avviluppate tra loro in stile rai (Imidiwan Winakalin, Mano Dayak) o scosse da riverberi di corde (Toumast).
Musica meditativa anche, scarna come solo chi dimora tra sassi e sabbia, bruciato dal sole e graffiato dal vento e dalla vita, può permettersi di maneggiare (Soixante Trois ondeggia dolente su Nilo e Mississippi; la chiusura Izarharh Tenere levita sino all’indicibile); si radica in uno ieri così inesauribile da vibrare autorevole, graziato da una produzione – curata dal loro fan Justin Adams, chitarrista della band di Robert Plant che molto ha fatto per propagandarne il nome – miracolosamente attuale senza snaturare l’estrema peculiarità del suono. Che sa farsi gioioso e sorridente in Matadjem Yinmixan oppure sferzare con Tamant Tilay, al punto che le tragedie di chi gli infonde forza paiono svanire, esorcizzate per una manciata di minuti. Dona dipendenza Aman Iman e, cosa di questi tempi assai rara, ha dalla sua una magia che non sai se definire antica o moderna. E’ l’unione fra le due, che entra sottopelle per non abbandonare più.
Amazon
