Recensioni

Tim Sweeney ha lavorato per Steinski, al secolo Steven Stein. Ascoltava dischi hip-hop e annotava i bpm sulla copertina. Ancora iscritto al college, ha fatto un periodo di stage in DFA Records, al termine del quale Tim Goldsworthy ha regolarmente compilato il form di valutazione. Dal 2003 al 2006 è stato soundtrack supervisor della casa produttrice di videogiochi Rockstar Games – uno dei posti di lavoro più freak della storia – ed è lui, quindi, che ha curato la programmazione delle stazioni radio house e hip-hop di GTA San Andreas.
Esperienze tanto bizzarre quanto formative, che unite alle importazioni semi-clandestine di materiale Warp, Coldcut, Black Dog, Aphex Twin (il fratello maggiore, nei primi anni Novanta, tornava da Londra con dischi e videocassette introvabili negli States) e alle imprescindibili suggestioni black-music, accendono nella testa del giovane dj di Baltimora – dal 1999 residente a New York – l’idea di un programma radiofonico. Sulle frequenze radio della New York University, accompagnato negli anni da pesi massimi del dancefloor (Howie B, Carl Craig, Cosmo Vitelli, Laurent Garnier, Peter Kruder, Dimitri From Paris, Dj Hell, Daniele Baldelli, per citarne alcuni tra i più rilevanti), trasforma il suo studio in un piccolo tempio house, funk, disco, electro – riservando una corsia preferenziale per le fascinazioni cosmiche, che non a caso battezzano lo slot: Beats In Space.
Beats In Space 15th Anniversary, doppio cd mixato di classici e pezzi inediti, è la celebrazione di quest’avventura. Il primo volume, registrato in presa diretta, è una miscela di edit disco-funk (Eric Duncan e Frasier mettono a nuovo rispettivamente Get Up Whirlpool di Edwin Starr e Coco Kane di El Coco, viene ripescata Chewy Chewy degli Ohio Express), precise geometrie sintetiche e vocalizzi eterei (David Haser, Deep Horst), isolate scosse techno (Barnt, Chappell, scelta anche da Joy Orbison per il suo BBC Essential Mix del 25 luglio di quest’anno) e colorati ritagli garage-house alla maniera di Todd Edwards (Samuel, A Million Things). La seconda parte, collezione delle tracce che hanno segnato la storia della trasmissione, se da un lato continua il discorso nu-disco (John Talabot, Tensnake), dall’altro viaggia indietro nel tempo per ricordarci i magistrali joint da pista dei Plaid (Scoobs In Columbia), i quadretti cosmici dell’Ed Handley solista (a nome Balil, 3/4 Heart), le visioni intergalattiche di arpeggiatori e kickdrum inflessibili firmate Carl Craig (il remix di Relevee, Delia & Gavin), fino a toccare, in chiusura, immaginifici scenari space-rock con Tim Blake (Last Ride Of The Boogie Child, dall’album del 1977 Crystal Machine). Due ore e mezza di dj set appassionato, taglia e cuci rustico da grande artigiano del suono, per una fotografia sgargiante del cosmic-sound newyorchese.
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