Recensioni

Come si fa a non voler bene a Tim Burgess? Uno che a 55 anni va in giro con il caschetto platinato alla Brian Jones (o alla Caterina Caselli, guardando meglio). Uno che intitola il suo secondo libro Tim Book Two. Uno che quando eravamo tutti in depressione da lockdown si è inventato una delle poche cose davvero divertenti e rinfrancanti di quel periodo infame, i Tim’s Twitter Listening Party, in cui si ascoltava un disco e i suoi autori – quanto si può invidiare a Burgess la sua rubrica sullo smartphone? – lo raccontavano in tempo reale.
Uno di noi, insomma. Più ancora del suo talento di cantante (diciamocelo serenamente: non è mai stato Sam Cooke) e autore pop, quello che rende unico il nostro vecchio charlatan è il suo amore infinito per la musica. Una passione a trecentosessanta gradi declinata anche nel nuovo disco Typical Music, un doppio album (per usare una terminologia vintage da ascoltatori analogici, proprio come lui) esagerato ma non prolisso, esuberante ma non troppo cazzone, eclettico ma non sterilmente enciclopedico. Il titolo, ovviamente, è ironico: di musiche tipiche qui ce n’è minimo una dozzina. Dal jangle sound al krautrock, dal surf al gospel, dal vaudeville al synthpop, dal rock’n’roll newyorchese (Here Comes the Weekend, che apre le danze, è la canzone più “Strokes-primo-album” dopo il primo album degli Strokes) alle buone vecchie vibrazioni madchesteriane (il funk-electro di Revenge Through Art: tutti all’Haçienda stasera?), più le varie e possibili permutazioni tra questi e altri generi. Che l’esperienza da anfitrione/influencer dei Twitter’s Party non sia estranea alla genesi di questa grande abbuffata pop non è un sospetto, ma una certezza. In una intervista di un anno e mezzo fa rilasciata a Diego Ballani per Rumore Tim lo diceva chiaramente: «(…) ascoltare 650 album dall’inizio alla fine aiuta sicuramente con l’ispirazione! Paradossalmente, nella solitudine e nella impossibilità di viaggiare, ho trovato un catalizzatore per scrivere canzoni. Ho scritto molti nuovi pezzi: se finiranno per assomigliare a un mix di questi 650 album, i party mi avranno innegabilmente influenzato».
Nel frattempo, gli album saranno arrivati a mille, ma il senso non cambia, e i segni di questa bulimica ispirazione sono evidenti. Nel bene e nel male: alcuni brani sembrano tolti dal forno prima di fine cottura, altri denunciano linee melodiche un po’ semplicistiche e arrangiamenti troppo appesi a beat facili e “suonini” da cameretta. Ma in un’ora e mezza di musica è una percentuale tutto sommato tollerabile. E in ogni caso la collaborazione con il sempiterno Dave Fridmann conferisce ambizioni panoramiche da cinemascope psichedelico a molte canzoni, oltre a far assomigliare inevitabilmente qui e là Burgess ai Flaming Lips più caramellosi (Curiosity, ad esempio).
Non è un album facilmente digeribile in una botta sola, ma presumibilmente non è stato pensato per quello, anche se sarebbe interessante sentirlo raccontare in un Twitter Party. Ci sono comunque abbastanza scarti melodici improvvisi e soluzioni imprevedibili (là dove ti spetti una tastierina elettronica arrivano i fiati o viceversa, quando pensi ci starebbe bene una chitarra che alza il volume parte un coro, e così via). L’impressione è quella di un bambino lasciato solo nella fabbrica di cioccolato, senza alcun Willy Wonka nei paraggi. E se c’è un titolo in scaletta che definisce alla perfezione il Tim Burgess di ieri e di oggi è Slacker Than I’ve ver Been (uno dei pezzi migliori, incidentalmente). Davvero, come si fa non voler bene a uno così?
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