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Non sta fermo un attimo, Tim Burgess. Dopo la prima avventura solista del 2003 è andata avanti la carriera dei suoi Charlatans – l’ultimo album Who We Touch risale a due anni fa, ma nel frattempo sono arrivate le ristampe deluxe di Us And Us Only e Telling Stories (che è anche il titolo della sua autobiografia) – e lo si è visto impegnato nel supergruppo Chavs con colleghi di provenienza Primal Scream, Libertines, Klaxons e Razorlight. Ora torna con un bizzarro caschetto biondo, ma soprattutto con il nuovo Oh No I Love You, anticipato ad aprile dal malinconico singolo A Case For Vinyl (rilasciato in tempo per lo scorso Record Store Day) e interamente composto con un partner-in-crime d’eccezione, Kurt Wagner dei Lambchop.
Si incontrarono a Manchester, tanti anni fa. Tim, dopo avergli riconsegnato la chitarra, chiese a Kurt se avrebbero mai scritto un brano insieme: oggi quel brano è diventato un album, inciso a Nashville in meno di tre giorni con la produzione di Mark Nevers (già all’opera con Lambchop e Clientele); uno strano intreccio, quello tra le melodie di Burgess e le parole di Wagner, che funziona perché evita il pastiche country-folk da cartolina, buono come sottofondo in un giorno di pioggia. Tim e Kurt dialogano, cercano di comprendersi, e il primo interpreta la poetica del secondo con convinzione e non senza trasporto emotivo.
L’Americana di cui il lavoro è intriso si mescola con venature classic soul (nell’irresistibile White), archi che svolazzano leggeri (The Hours, ipotetico nuovo incontro felice tra Paul McCartney ed Elvis Costello), cori gospel (A Gain), slide guitar a-là-Mark Knopfler (The Graduate), belleandsebastianismi a mo’ di zucchero a velo, chitarre effettate che s’insinuano nella scena sonora, sgombra da orpelli, quando meno te l’aspetti (c’è qualche reminiscenza Cocteau Twins sul letto morbido su cui si adagia il falsetto di Burgess in The Economy) e un po’ di Bob Dylan, quel tanto che basta. In The Doors Of Then Art Garfunkel va a braccetto i Cherry Ghost con insospettata naturalezza. Nell’ironia dolceamara che permea il monologo dell’amante bastonato dopo una storia ormai bell’e finita, ogni ingrediente è dosato con parsimonia: Nevers, grazie a scelte oculate, fa fare bella figura anche a canzoni impalpabili, forse troppo slegate l’una all’altra, senza una vera meta e trascinate troppo per le lunghe.
Pur riuscito solo in parte, Oh No I Love You si rivela, dopo ascolti pazienti, un disco intimo, bucolico, dal fascino discreto, distante da certe interlocutorie prove soliste di un altro protagonista degli anni Novanta “a forma di Union Jack” come Brett Anderson. Il merito è dei musicisti coinvolti (tra cui Carl Broemel dei My Morning Jacket e Chris Scruggs) e anche di Kurt Wagner, che dimostra ancora una volta di avere talento e buon gusto (e la stessa generosità che ebbe con i Morcheeba ai tempi di Charango). Il maestro della Madchester che oltre vent’anni fa infiammò il Regno Unito si mette in discussione da umile discepolo. E di questi tempi non è mica poco.
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