Recensioni

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In una nota di colore del libro Oh, oh,oh, oh, I Righeira, la playa e l’estate 1983, Fabio De Luca racconta la smania delle piccole radio italiane anni ’80 di ‘lanciare’ i nuovi brani delle band fornendo indicazioni precise sulla loro provincia di provenienza, foss’anche la più sperduta d’Italia. Mi è tornata in mente per questo incipit in cui sottolineiamo l’origine umbra del trio ascrivibile alla voce Tiger! Shit! Tiger! Tiger, solo per porre l’accento su quanto suoni oltreconfine la prova numero quattro della band, Bloom.

Un disco che si potrebbe definire dalla “lunga gestazione”, visti anche gli ‘appena’ sette anni intercorsi da quel Corners che aveva – a suo modo – chiuso il cerchio del primo decennio di attività di Diego Masciotti (chitarra e voce), Giovanna Vedovati (basso) e Nicola Vedovati (batteria), tre amici di Foligno (specifichiamo anche la città già che ci siamo) con la folle idea di mettere su un progetto avente come linee guida l’indie-rock e il post-punk con un orecchio rivolto all’oltreoceano. Un salto oltre il confine italico che, nel corso degli anni, ha restituito al terzetto attestati di stima da personalità illustri come Stephen King (segnalati su Twitter prima che fosse X come ‘band da tenere d’occhio’) o calcando palchi caldi come quello del SXSW di Austin, o ancora condividendone altri con artisti del calibro di Kim Gordon, Chris Leo, Iceage e Mogwai.

Esperienze di cui i Nostri sembrano aver fatto tesoro tanto che il nuovo lavoro – abbandonato quasi del tutto l’imprinting lo-fi – continua a muoversi su traiettorie dalle parti di quella “gioventù sonica” che sembra essergli rimasta impressa sulla pelle come un tattoo raffigurante la copertina di Daydream Nation, passando per lidi noti quali Jesus and Mary Chain (In Beetween) e il post-noise-rock in acida salsa Mogwai (Memory), con qualche buona e sana digressione grunge (la doppietta in coda Hands Down / Afterwards sembra più di un omaggio a Cobain e soci) e l’ombra oscura e psych-stoner colta in quel groviglio di b-sides e “scarti” dalle cui ceneri venne alla luce la perla mai troppo celebrata di Pisces Iscariot degli Smashing Pumpkins o intravista – seppure in una versione meno hardcore – nei più recenti Slift.

Insomma tuffarsi tra i ‘fiori acidi’ di Bloom significa (ancora una volta) lasciarsi trasportare dalla corrente tra alti cavalloni di matrice nineties, con tutto ciò che ne consegue. Degno di nota è invece il grande passo in avanti – sintomo di maturità – fatto in termini di produzione e quadratura del suono: l’album è stato registrato, mixato e masterizzato completamente in analogico presso il VDSS Recording Studio di Frosinone da Filippo Passamonti (già in studio con Kurt Vile) e la scelta di spogliare e ‘ripulire’ il suono dei T!S!T!T! ne ha sicuramente messo meglio a fuoco il tiro e aumentato la fluidità dei brani.

Dolente, invece, è la nota che li vede – forse per innata indole – strizzare troppo l’occhio alle pietre miliari di cui sopra rischiando di risultare in alcuni passaggi troppo derivativi. Difficile immaginare una collocazione fuori dalle nicchie di affezionati o dei cosiddetti ‘nostalgici delle chitarre’ ma Bloom è un lavoro genuino e che suona godibile in ogni punto della scaletta. Un piccolo fiore tenace e cazzuto.

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