Recensioni

Parlare di Tiga senza risultare “vecchi” può essere difficile. Nel 2002 ha fatto esplodere l’electroclash con il suo DJ Kicks, nel 2006 ha pubblicato l’album d’esordio Sexor e con il singolo (Far From) Home è diventato famoso: interviste sui giornali pop, campionamenti su pubblicità, tour, remix della DFA e costruzione di un personaggio che per quel periodo calzava a pennello. Supercool, molto freddo, sciccoso, mezzo alieno (perché canadese), con l’accento non propriamente americano e molto, molto bello. La sua era una disco a metà fra l’indie commerciale di Pedro Winter, Simian Mobile Disco, Mr. Oizo, Fischerspooner e la sciccheria pulita di gente nordica come i GusGus, aggiungendo pure qualche puntatina Detroit. Praticamente una versione maschile di Miss Kittin, un modello con la faccia spaventosamente somigliante a Brian Ferry, che sarebbe piaciuto tanto al Bateman di Bret Easton Ellis.
Con i successivi dischi il Nostro ha cercato di rivangare il già detto (Ciao!) e ha tentato anche la carta ambient/glo-fi/balearica (nel mix Tiga Non Stop del 2012), mescolando con gusto artisti eccellenti (tra gli atri, Duke Dumont, Panda Bear, Jacques Greene, Bok Bok). Il risultato è sempre stato qualcosa che ha perso lo smalto del “posto-giusto-al-momento-giusto” di Sexor, però con la bravura di una produzione e di arrangiamenti che stanno in piedi senza aiuti.
Con questo ultimo album si resta abbastanza spiazzati per la buona capacità di scrivere pezzi che potrebbero esplodere come nell’esordio, ma che ahimè, per qualche piccolo particolare, non salgono. Come a dire che si sta invecchiando: non però verso una “maniera” compositiva o uno stile che imbriglia, bensì verso un ascetismo che sembra volersi staccare dal successo. Tiga con questo disco gioca a carte scoperte e, appunto, “non è richiesta fantasia” per capirlo. Dalla sua ha un buon controllo del movimento robotico e macchinico (stupendo trip stop-and-go virato cheap tuning Bugatti), la presa à la Suicide mescolata con le camere oscure della techno detroitiana-ravey (Don’t Break My Heart), si fa aiutare da un altro mago di stile come Matthew Dear (3 Rules, Having So Much Fun e in Make Me Fall In Love con il featuring di Jake Shears delle Scissor Sisters) e lancia anche la carta UK Bass con l’aiuto di Hudson Mohawke (in Always, sorta di trip bubblegum con voci che ricordano le liquidità di Drexciya in salsa Detroit).
Per capire bene Tiga bisogna aver passato sotto la pelle la stagione dell’electroclash, essersi innamorati in discoteca, aver assistito alla dissoluzione di un sogno che è entrato prepotentemente in declino. Il disco ci dice che alle volte la decadenza è pura nobiltà, di come si possa essere ancora stilosi senza “essere alla moda”. Potrebbe essere considerato quindi un piccolo grande album dagli amanti del genere, mentre per gli altri sarà più difficile capire cosa rappresenti questo disco magnificamente incompleto, sempre sull’orlo del fallimento, ma proprio per questo più intrigante e necessario.
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