Recensioni

«Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte», verseggiava Leopardi. Nell’album d’esordio di Thomas Cohen, Bloom Forever, lo storico topos letterario dei due eterni sovrani ridotti a un’unità inscindibile si rimodella su una situazione attuale, realmente accaduta, che ricalca le vicende personali del musicista inglese. Il venticinquenne, ex frontman della rock band S.C.U.M., è vedovo di Peaches Geldof, figlia del cantante e attivista Bob Geldof: la giornalista e conduttrice è morta per overdose di eroina – come sua madre Paula Yates – nell’aprile del 2014 lasciando al marito due figli, Astala e Phaedra Bloom Forever, da cui il nome dell’album. Non si può prescindere da questo fatto – personale per lui, di cronaca per noi, esterni alla vicenda – per comprendere un album dalle tinte fortemente musicali, ma che ha il suo fulcro nell’aspetto narrativo, in questa tragedia dal sapore di vuoto esistenziale, di angoscia grunge e di nausea à la Tom Waits.
Gli Eros e Thanatos di freudiana memoria vengono qui immersi in un orizzonte sonoro tipicamente seventies, che si rifà a paesaggi americani cantautorali, da Van Morrison a Nick Cave, fino alle chitarre country/Americana in Hazy Shades, grazie a un’opulenza strumentale che testimonia un’attenzione particolare per il dato acustico: esso oscilla per tutto l’album tra la serenità di un sentimento profondo (il loro amore) e dolorosi passaggi più cupi (quelli che parlano della morte di Peaches). Tramite questi brani, composti tra il 2012 e il 2015, Cohen ripercorre cronologicamente gli anni che vanno dalla loro luna di miele (Honeymoon) alla crudeltà della perdita (Country Home, «my love had gone she’d turned so cold / why weren’t her eyes covered and closed?»), alla fragilità della ripresa e del superamento del dolore (New Morning Comes e Mother Mary, «I will hold into the part of me that is in love with you»). Il percorso si presenta come una sorta di psicanalisi nella quale la musica gioca un ruolo fondamentale nel processo di liberazione, come affermato nelle ultime interviste rilasciate dall’autore. Tutto il disco ha il ritmo di una delicata nenia, forse anche per una voce nebulosa e dal timbro bowieniano, come in Honeymoon, che dallo shoegaze passa ad affondi jazzistici esplodendo in una bufera di chitarre verso la fine; una title track dall’andamento lento sembra poi descrivere la staticità di un ricordo ormai lontano. E ancora, una Only Us in cui il pianoforte ansioso si risolve in una chitarra serena sì, ma estremamente nostalgica.
Se è vero che la drammaticità diventa il cardine del disco, è vero anche che sarebbe potuto essere l’anello debole: come parlare di circostanze simili senza cadere nel patetico e continuando ad avere rispetto di quello che è stato? Cohen, con grazia, rifiuta di essere ridotto a una tragedia: non c’è quindi solletico sentimentale né affettazione stucchevole sull’onda dell’emotività, ma un calibrare la musica e i testi con sobrietà, rispetto, delicatezza e vorticoso tormento.
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