Recensioni

Il nome di Brinkmann è di quelli che m’intrigano. Ok, non sono un fan né del genere né della persona. E, a dirla tutta, gli entusiasmi suscitati qualche anno fa (1999) da Klick – con le sue “variations” su “locked grooves” e scratch di saporiti vinili seventies da consumarsi caldi e tirati sul dancefloor – non è che li abbia proprio condivisi. Tuttavia, quell’attitudine alla ricerca, alla sperimentazione sul materiale tecnico e sonoro (ad esempio escogitando un turntable con un pick-up per canale), mi sembra come minimo meritevole di curiosità e rispetto. Si aggiunga poi che questo Lucky Hands è preceduto dalla fama di lavoro più accomodante e meno dance-oriented, ed ecco perché non ho potuto fare a meno di metterci il naso. Riscoprendo innanzitutto il gusto di: alzare il volume. Sì, perché il suono si definisce chiaro, essenziale, nel segno di pulsazioni ritmiche asciutte e una parsimoniosa successione di espedienti, riuscendo ipnotico e scoppiettante, algebrico ma organico, con quell’aria da imitazione robotica in differita dalla cuspide settanta/ottanta.
Prima che possiate pensare a Rockets e David Zed (mea culpa), sintonizzatevi senz’altro sulla pulsazione dritta infestata di droni birboni e clash ferrosi di Jacknot, oppure sui liquori spacey di Thirty, o meglio ancora sui Kraftwerk versione popcorn e virus funk dell’iniziale Drops. E’ un fare sul serio giocando, o viceversa. É una danza intelligente, una strategia di scherzi molto competenti, marchiati di sorprendente autoironia (come quando cita Sunshine of your love nella stolida Work) e intuizioni genialoidi (come gli Smiths immersi in brume Depeche Mode di The more You ignore Me, the closer I get). Il buon Thomas si cimenta anche in un reading flemmatico, molto tedesco, nel funk industrial-minimale di Maschine, ma se c’è da cantare è meglio affidarsi a TBA (al secolo Tusia Beridze), brava a gestire ad esempio il languore alieno in quella specie di narcosi reggae che risponde al nome di Margins.
Ci sono anche dei riempitivi, certo, specie nella seconda metà del programma (il giochicchiare ozioso di B-day, le scontatezze dance di C black R – che pure parte in sella ad un bel funk colloso), e non sembra poi quella gran cosa il sample di Django Reinhard avvolto da sottili ma impellenti percussioni nella conclusiva Charleston (da un’idea di Marco “Tuscania” Palmieri). Però, tirate le somme, è un disco autorevole e divertente, senza che un aspetto soverchi mai l’altro, anzi stemperandosi in un equilibrio affascinante.
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