Recensioni

Rob Garza ed Eric Hilton, in arte Thievery Corporation, sono una delle firme più affermate e “cool” dell’elettronica soft degli ultimi tempi: il fascinoso cocktail di dub, trip hop, lounge, chill out e acid jazz da essi proposto sin dal singolo 2001 Spliff Odyssey e dall’esordio Sounds From The Thievery Hi-fi (1997) è presto diventato uno dei trademark più riconoscibili e richiesti del suo genere. Per il quarto full-lenght effettivo (se si eccettuano mix e compilation), i due Dj di Washington, DC hanno allestito un ritorno in grande stile, con la ferma intenzione di proporsi anzitutto come autori genuini piuttosto che come “semplici” creatori di suoni o atmosfere. The Cosmic Game rappresenta infatti il primo, vero tentativo da parte dei Thievery Corporation di dare vita a un “album” nel senso più ortodosso del termine: lo dimostra l’omogeneità concettuale di questo lavoro, fortemente influenzato – come è facile evincere sin dalla grafica di copertina fino a un titolo come Doors of Perception – dalla cultura psichedelica degli anni ’60.
Non propriamente un concept, piuttosto un volere dare un’identità specifica ai brani, a prescindere dalle loro diversità stilistiche: dal reggae / dub (Amerimacka), alla bossa (Eternal Ambition, Sol Tapado, Pela Janela), al soft lounge (The Time We Lost Our Way, in odore diStyle Council) fino alle immancabili suggestioni indiane (affidate alla cantante Gunjan, presente in ben quattro episodi tra cui l’eloquente Shiva), gli ingredienti del cocktail dei Thievery sono i soliti ma il tutto è ben coeso in virtù di atmosfere “lisergiche”, di spazi più dilatati che in passato; oltre che nel mood generale delle tracce, questo è evidente soprattutto negli episodi strumentali (la title track, Holographic Universe, A gentle dissolve). Come d’abitudine, Garza e Hilton hanno radunato intorno a loro una nutrita schiera di collaboratori (Sleepy Wonder, Notch, Vernie Varala, Gigi Rezende, Patrick de Santos, Sista Pat, Loulou), che in questa circostanza si arricchisce di ospiti di primo piano quali Flaming Lips (nel trip iniziale di Marching the Hate Machine Into The Sun, che non avrebbe sfigurato su Yoshimi Battles The Pink Robots), Perry Farrell (nella politica e marleyana Revolution Solution) e sua maestà David Byrne (mattatore tra bossa e afro in The Heart’s A Lonely Hunter); in tutto ciò, la visione musicale dei due DJ non è stata intaccata ma ha anzi mantenuto le proprie caratteristiche, riuscendo a convogliare i contributi dei singoli nell’ambito di un sound che, in definitiva, non ha perso un grammo del suo fascino. Anche se forse un po’ di concisione non avrebbe guastato, i Thievery Corporation sono riusciti a sfornare un buon disco come The Cosmic Game semplicemente facendo fruttare la loro esperienza nel campo. Non sono in molti oggi a poterselo permettere.
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