Recensioni

Figli del suono contaminato, dello scazzo creativo e del ribellismo da passerella dei ’90, i Thievery Corporation hanno avuto da sempre il merito di suonare una chill di qualità, anche quando ad entrare nel mix erano gli elementi più stereotipici del relax degli ultimi vent’anni come il trip hop, la lounge e l'acid jazz.
Da The Cosmic Game al successivo Radio Retaliation, la lente psichedelica, e quindi la maggior consapevolezza del frame sessantottino di lotta al potere ed esaltazione delle zone emarginate del mondo (e la loro musica), aveva catalizzato un sound robusto in grado d'arginare un repertorio prevedibilmente dub, bossa e spezie indiane, ricicli AIR e lounge ’90.
Culture Of Fear, almeno dal punto di vista degli arrangiamenti, continua la saga tagliando l’LSD con uno space-rock deformato e sexy, speziatissimo e ultrablack, quasi prog in senso canterburiano. L'attacco in blaxploitation (Web Of Deception, con funk rubato ai Beastie Boys strumentali, il soul da diva stagionata al canto) la cura cosmica in Culture Of Fear (rapping jazzato firmato Digable Planets della vecchia conoscenza della band Mr Lif, il breakbeat dubbato à la Orb e i fiati fanfara reggae/mexico) e il lato più inebriante, femminile e open air degli AIR di Light Flares rappresentano un trittico che unito alle soluzioni di fino sulle cadenze ska (Stargazer con ospite Sleepy Wonder e False Flag Dub featuring Ras Puma – ottimi timbri e manipolazione elettroniche) avrebbe fatto di quest’album un centro sicuro.
Il disco, invece, cala a picco in tutte o quasi (la finale Free con al canto Kota) le lounge track – con sciantosa al canto – in scaletta (Take My Soul, Where It All Starts, Tower Seven e Is It Over). I cul de sac degli Zero 7 non hanno insegnato. Voto da ricalibrare e cerchio da restringere. Solo per fan.
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