Recensioni

7.4

Il pianista Bruno Angelini, il saxofonista (e clarinettista) Francesco Bearzatti ed il vocalist francese Thierry Peala dispongono a triangolo le loro anime cinefile e le aprono alla messa in pratica jazz di suggestioni diverse, lontane e profonde. Suggestioni pescate tra celluloide e memoria, tra schermo e cuore: sono infatti classici del cinema firmati da maestri come Ettore Scola e Jean-Luc Godard, Dino Risi e David Lynch, Sean Penn e Alfred Hitchcock a fare da sfondo e ispirazione per dodici tracce post-cinematiche, piccoli film girati ex-novo sulle ceneri mnemoniche di indimenticabili visioni, un immaginario sedimentato che riaffiora in forma di (nuova) musica. Scozzando intensità e slancio, lirismo indolenzito (la stupenda Mulholland, la fervente Face à l'inconnu) ed ebbrezza nostalgica (la guizzante Il fanfarone, lo swing circense di Guardieladri).

Angelini – che firma dieci pezzi – allestisce una trama di piano straordinaria per puntualità ritmica e direzione armonica, su cui un Bearzatti in stato di grazia ed il croonerismo anti-virtuoso di Peala (capace altresì di scat felpato, come nella febbricitante Gena) pennellano contorni e colori dall'eleganza stropicciata, altrettanti incendi emotivi domati da un'attitudine formale spiccatamente europea, febbricole cool e frenesie post-bop tenute a bada da una disputa costante tra pensosità e ardore. L'equilibrio tra i timbri ed il rapporto costante col vuoto – sia benedetta l'essenzialità – spostano il centro di gravità espressivo nella polpa stessa del suono. Ecco quindi che inflessioni e nuances diventano vere e proprie istanze poetiche,  inquadrature che vanno a combinarsi in sequenze spesso memorabili, come l'intrigante inquietudine di No Spring For Marnie o la malinconia (sorprendentemente broadwayana) di A Special Day.

L'estro funky di Done It Right! – complice il capolavoro di Spike Lee – ed il malmostoso trasporto di Umberto (Luigi Tenco tra Bacalov e Robert Wyatt) sono gli estremi formali di una scaletta avvincente ed evocativa.

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