Recensioni

Con i These New Puritans non solo si può star certi che la pubblicazione di un loro album risponde sempre a un’urgenza espressiva e non a logiche di mercato, visto che la media recente ci parla di un disco ogni sei anni, ma anche in sede di concerti si torna a un passato idilliaco in cui procacciarsi un biglietto era ancora una pratica “umana”. Dal sito del locale che ha ospitato lo show romano, tre passaggi: tickets-acquista-metti in saccoccia, una facilità sconcertante in tempi di file virtuali e dynamic pricing. A proposito, anche il prezzo aveva un sapore arcaico: 17 euro per vedere una delle band più originali e interessanti degli ultimi quindici anni, nonostante la frequenza con cui i gemelli Jack e George Barnett si presentano in tour sia, per ovvi motivi, la medesima delle pubblicazioni in studio. In Italia li aspettavamo dal 2019, quando presentarono Inside The Rose, il loro penultimo lavoro; stavolta è toccato al nuovo arrivato Crooked Wing, dato alle stampe lo scorso maggio e che chiaramente ha fatto la parte del leone nella scaletta dello show capitolino, una setlist stringata, undici brani per un’oretta e venti di show, ma si sa, nel loro caso la qualità prescinde dalla quantità.
Atmosfera sacrale, per non dire da messa nera, quella suscitata dal duo inglese nell’altrettanto austera cornice del Monk, che letteralmente vorrebbe dire “monaco” ma in realtà è un omaggio al leggendario pianista Thelonious, una cui famosa citazione recita: «Solo perché non sei un batterista non significa che non devi tenere il tempo». E il tempo i TNP l’hanno tenuto alla perfezione, a partire dalla puntualità con cui si sono presentati sul palco, solo dieci minuti di ritardo rispetto all’orario (21,30) scritto sul tagliando (che spesso, come si sa, è puramente aleatorio). Ma soprattutto i TNP il tempo l’hanno tenuto alla perfezione una volta all’opera on stage, con due postazioni, di cui una occupata da George, dedicate dalla sezione ritmica affiancate da una riservata a tastiera/synth e una al piano(/microfono) appannaggio ovviamente del vocalist e principale compositore, Jack.
C’era da attendersi una rappresentazione solenne, intensa, che replicasse le sensazioni meditabonde e introspettive suscitate dai lavori in studio di casa Barnett e soprattutto che esprimesse appieno, nella dimensione live, quel tormento interiore che pervade suddette opere. A volte capita che l’eccesso di aspettative non trovi poi riscontro quando è ora di quagliare, che in vista di un concerto ci si aspetti di provare delle emozioni che al momento del dunque restano solo sulla carta. Ebbene nel caso dei TNP, almeno per il sottoscritto, la prova dei fatti è andata ben oltre le attese grazie a uno spettacolo colto, raffinato, perfetto nell’alternare, tra neoclassicismo e sperimentazione, momenti di brutalità ad altri di quiete. Un po’ concerto, un po’ installazione sonora; per rifarci al già noto, metti Brian Eno che incontra gli Einstürzende Neubauten a casa dei Depeche Mode (citati più che altro perché anche loro, come i Puritani, vengono dall’Essex), con Karlheinz Stockhausen in sottofondo. Anche se descrivere con categorie e riferimenti noti una musica come quella dei TNP è impossibile, oltre che inutile. Se usi una definizione ne lasci fuori altre mille, e allora meglio prendersi tutto così com’è; anche la componente visiva dei loro spettacoli, non tanto per le scenografie, nella fattispecie scarne, quanto per le posture, le espressioni e i movimenti che le canzoni suggeriscono a chi le interpreta. Perché nell’ottica di un performer, sono le canzoni a dirti cosa devi fare.

Nel complesso la scaletta ha offerto un compendio della discografia dei Nostri, a partire da Hidden (2010). Ma i twin brothers di Southend-on-Sea non hanno giocato a nascondersi e anzi sul palco non si sono risparmiati, ottenendo in cambio un silenzio per l’appunto quasi religioso da parte delle due, tre centinaia di presenti che hanno seguito lo spettacolo non solo senza fiatare, come accade in certi momenti dei concerti dei Radiohead, ma anche donando idealmente l’anima a questa sorta di funzione devozionale celebrata da reverendo Jack nei panni di sacerdote (art-)rock.
Come detto buona parte dello show è filata via sulle note dei nuovi brani tra cui hanno imperato i clangori industrial/avanguardistici di A Season In Hell e naturalmente le sinuose melodie di Industrial Love Song (questa però industrial solo di nome), il pezzo in cui, nella versione studio, Jack ha duettato con Caroline Polachek (mentre dal vivo canta tutto da solo). Tra i vertici della serata anche V (island song), da quel capolavoro di Field Of Reeds, qui proposta in una versione dilatata fino a sfiorare gli otto minuti di durata, e Where The Trees Are On Fire, dal succitato Inside The Rose, con Jack che dapprima ha richiesto ai tecnici lo spegnimento delle luci ma poi dopo pochi secondi ha interrotto la canzone chiedendo di accenderne di verdi perché «this is a song from the green world».
Splendida anche la chiusura affidata a un altro pezzo dal summenzionato masterpiece del 2013, Organ Eternal, anch’esso presentato in una versione estesa che purtroppo ha avuto l’unico difetto di non essere davvero eterna, chiudendo così un concerto che per quanto è stato bello sarebbe sembrato corto anche se fosse durato tre ore.
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