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7.4

È musica per un mondo ridotto in macerie, quella dei These New Puritans. Al contempo desolante e pacificante, solenne e introversa, Crooked Wing è una meditabonda raccolta di brani per angeli caduti. Crooked Wing, ovverosia Ala storta, è a detta dei diretti interessati «un orecchio, ne hai una su ciascun lato del corpo, e hanno una forma ondulata. Forse, se sei abbastanza fortunato, possono aiutarti a volare».

La band inglese, dell’Essex, composta dagli autarchici fratelli gemelli Jack, come sempre alla produzione con il fido collaboratore Graham Sutton dei Bark Psychosis, e George Barnett, si libra a mezz’aria tra forma-canzone colta e sperimentazione. Perfetta, quindi, la scelta di duettare con Caroline Polachek, l’artefice del nuovo pop più intelligente in circolazione, nel minimale romanticismo della ballad Industrial Love Song, dialogo immaginario tra due gru innamorate in un cantiere edile («We are higher than the setting sun / Made of metal, we are made of stone»), alla larga dai «malvagi comportamenti umani». Le due gru in questione non possono toccarsi, poiché i loro movimenti sono controllati dall’operatore, ma quando sorge il sole sperano che le loro ombre si incrocino. D’altronde, Jack e George hanno registrato il materiale nel proprio studio di Londra, in uno scenario scisso tra chiese evangeliche e rifiuti industriali, cioè tra «sublime e sporcizia», ninne nanne celestiali e visioni infernali da dipinto di Bosch. «What is heaven without machines?» ci si domanda nella leggiadria di The Old World.

These New Puritans & Caroline Polachek - credit Holly Whittaker
These New Puritans & Caroline Polachek – credit Holly Whittaker

Come da prassi della casa, i Barnett hanno fatto le cose con gran calma: questo è il quinto album a sei anni di distanza dal più sanguigno Inside The Rose e si ricollega principalmente a Field Of Reeds, nelle stratificazioni sonore da lezione Talk Talk e anche nel frequente riferimento testuale ai «campi»: campi sottoterra, attraverso la neve, selvaggi… Tutto ha preso il via dai field recording della campana di una chiesa greco-ortodossa. Dopodiché, «quel suono di campana ha dato il via a gran parte dell’album. Ha suggerito una serie di toni, che hanno portato a una canzone, e a un’altra canzone, e a un’altra canzone». Canzoni che si avvalgono tanto di una strumentazione classica per partiture orchestrali quanto di soluzioni dissonanti e anticonvenzionali, viaggiando per scie astrali e su acqua, protese verso altri regni dello spirito.

Un giovane soprano, all’opera per l’appunto in una chiesa dell’Essex, apre e chiude nelle elegiache Waiting e Return, basate sulle stesse parole, quasi in suggestione lynchiana: «I am buried / I am deep underground / I am listening / For any sound». Crooked Wing punta sul potere tormentato-sacrale del pathos di classe, spesso lungo brani articolati, con il crooning soulful e polite di Jack: è il caso di Bells, tra campane antiche, tasti di pianoforte e organo da chiesa («uno strumento di amore e paura»), arrangiamenti in fusione tra Steve Reich e Robert Wyatt, la Björk di Vespertine e il Nick Cave di Ghosteen (come in quest’ultimo, nel lavoro ricorre più volte la figura naturalistica dei cavalli). Oppure, pensiamo alle sospensioni ultraterrene di I’m Already Here («What paradise? / What can I say? / The ages roll / And they fall away») e alla cinematografica title track.

Ci sono anche agganci di altro tipo alla discografia dei Nostri: i clangori post-industrial affini a Hidden, stavolta davvero riferiti al genere musicale, tornano nella più cupa A Season In Hell («The bells are ringing, ringing outside»), trainata dalla batteria di George e dall’angosciante video distopico di Harley Weir con l’attore Alexander Skarsgård, e l’eco degli anni 80 che caratterizzava il succitato Inside The Rose riaffiora nelle texture elettroniche di Wild Fields, altrettanto tribale-percussiva, mentre la bizzarra Goodnight è via via fortemente contrassegnata dal contrabbassista jazz Chris Laurence. Il ritocco squilla con eleganza. Crooked Wing è un avant-portale neo-classico da imboccare con dedizione e, sì, può aiutare a volare, a ergersi al di là del minaccioso buio imperante.

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