Recensioni

6.5

Dirà Theo Parrish: American Intelligence è dance, perchè dance è tutto quello che il tuo corpo riesce a ballare. Poco importa se house, techno, ambient o musica colta. Ragionando da conformisti, però, sappiamo di poter considerare questo album come una cosa diversa rispetto ai precedenti numeri full-length del produttore di Detroit.

L’ortodossia house in cassa dritta è ridotta al minimo. Le quasi due ore di disco viaggiano su binari sperimentali future-jazz di drum machine mandate in tilt, campionamenti funk, bassi sintetici e improvvisazioni caleidoscopiche. Territori già sondati da Parrish, anche nella nuova dimensione dello spettacolo dal vivo (si veda la nostra cronaca del Dancity Festival 2014 di Foligno, magazine luglio-agosto 2014), ma mai sviluppati in maniera così distaccata dal concetto della pista. L’eccezione più luminosa è Make No War, che campiona The Vibes Is Right di Barrington Levy per sette minuti e mezzo di paradiso house a bassa battuta. Il resto, quasi a sottolineare che l’album – soprattutto per chi fa musica da ballo – è lo specchio delle suggestioni di un dato lasso temporale, che l’autore mette a fuoco tra la confusione frenetica delle pubblicazioni più estemporanee, sposta l’obiettivo verso il lato meno facile di Parrish, quello irregolare, sbilenco, ma pur sempre scientifico ed elegante.

Non potevamo aspettarci un American Intelligence così dopo l’inizio 2014 su Trilogy Tapes, per esempio, dove le ritmiche caotiche, gli sfregi di sintetizzatore e le aperture funk erano comunque messe al servizio del dancefloor (71st & Exchange Used To Be). Eppure, in qualche modo, dopo le anteprime di Footwork, Tympanic Warfare e Be In Yo Self (i primi due pezzi lato A e lato B di Footwork, 12″ pubblicato da Sound Signature in precedenza quest’anno, il terzo con ascolto in streaming pochi giorni prima dell’uscita ufficiale dell’album) la natura del disco era già stata svelata. Una natura che crediamo vera, auntentica, ma che allo stesso tempo sentiamo eccessivamente marcata, segnata da lunghissimi sermoni a metà strada tra l’interludio e la jam session fine a sé stessa. Si rimane in bilico. La passione, l’esperienza e la ricerca sonora sono di primissimo livello, ma il risultato d’insieme non rende a queste piena giustizia.

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