Recensioni

Anche con la prospettiva di un album in uscita tra qualche mese, anticipato sul web da un teaser che riprende il tòpos tipicamente motown dello sprawl urbano, la vena creativa di Theo Parrish non conosce sosta. Produzioni incessanti, a partire dal 1995, anno nel quale duetta con un Moodymann ancora in fase introversa. Nel mezzo, l’esordio in long-playing con First Floor su Peacefrog Records, la pietra miliare Parallel Dimensions e un esercito di suggestioni house sull’ammiraglia Sound Signature. Ed è ancora su Sound Signature, questa volta in collaborazione con l’outfit londinese Trilogy Tapes, che Parrish rilascia 71st & Exchange Used To Be, trittico solidissimo che conferma il suo estro visionario.
Il disco si apre con la title-track. Caos tribale di percussioni, surrogato tropicale di tastiere sintetiche, valanghe di drum machine mandate in tilt. 71st & Exchange Used To Be è la visione aristocratica dell’exotic sound di Gary Martin, che nella Detroit di vent’anni fa confezionava stomp in cassa dritta flirtando prima con il cosmo, poi con la savana. Qui non servono sviolinate, neanche quelle veramente sincere di Martin, fatte di continui rimandi onomatopeici. Il futuro e l’Africa nera ci sono già, sono nella musica, e si viaggia dall’uno all’altra in sette minuti e mezzo. L’incipit dell’EP ci restituisce un Parrish minimale nelle strutture, diretto nelle intenzioni, preciso nel suo disegno house. Conosciamo però anche il suo lato più grezzo, sporco, fatto di bordate evanescenti. Un lato che ha trovato ampio spazio negli Sketches datati 2010 (i bassi crudi e l’andamento marziale di Black Mist, i deliri venusiani di Kites On Pluto) e che si ripresenta in questo lavoro con Petey Wheetfeet, stravagante corsa jazz, zig-zag virtuoso tra un crescendo di staccati e distorsioni, sfregi improvvisi, affondi abrasivi. Ma quello che può sembrare frutto di schizzi, intuizioni estemporanee, è invece grande lavoro di ingegneria. E’ nella natura di Parrish, meticolosa e militante, la volontà di non lasciare niente al caso. L’ultimo numero, Blueskies Surprise, è il ricordo malinconico dei motivi immaginifici d’inizio disco, momento di distensione dopo un uno-due travolgente. Funk pacifico, quadretto pastorale di una wilderness contemporanea.
Con 71st & Exchange Used To Be Theo Parrish mette sul piatto della bilancia quella miscela di maniere musicali che ha sapientemente raccolto durante il suo vagabondaggio sull’asse Washington – Chicago – Detroit. Richiami old-school, impressioni jazz, soul dal sapore etereo. Tutto questo, mantenendo una cifra stilistica più che riconoscibile. Un piccolo tassello che va ad incastrarsi in una discografia esemplare.
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