Recensioni

A distanza di quasi tre anni dal buon debutto awE NaturalE, tornano le THEESatisfaction di Cat Satisfaction e Thee Stasia con questo EarthEE, che già dal titlo sembra giocare con l’immaginario (afrofuturista soft, vintagisticamente synth e soul) e le fascinazioni (soul, jazz, funk, chiarificati da teporosa psichedelia marittima) di un esordio che, ricordiamolo, per via del cammeo delle due su Black Up dei Shabazz Palaces l’anno precedente e della (conseguente) firma su Sup Pop, aveva acceso non pochi riflettori sul dinoccolato progetto a cavallo tra rap, jazz, soul.
L’ascolto non tradisce le continuità, né con la lezione di Georgia Anne Muldrow, né con gli stessi Shabazz Palaces qui presenti separatamente in Blandland (Ishmael Butler) e Sir Come Navigate (Tendai Maraire) ma di fatto capifila delle modalità arrangitive qui praticate (non a caso, nella title track la firma è congiunta accanto ai nomi di Porter Ray e Erik Blood), ovvero – e cito la scheda – quel dedalo di incastri tra jazz, soul, funk, etno-folk, psych e sintetiche spacey che si avvalgono di basi, campioni e del contributo all’mbira di Maraire.
In tutto il disco, infatti, domina una gentile e psichedelica miscela di jazz soul e assolate rime, che dall’astronave dell’ultimo Shabazz – Lese Majesty – porta dritto, e ancora una volta, alla lezione 90s dei Diagable Planets di Ishmael Butler. Coerenti e ben amalgamati anche i contributi degli altri ospiti, come Meshell Ndegeocello presente al canto tanto nell’obliqua Universal Perspective – tra dolci circolarità sci-synth e una base zoppicante – quanto nell’altrettanto soulful werQ.
Prodotto dalle stesse THEESatisfaction assieme a Erik Blood, mixato da Blood ai Protect And Exalt Studios e masterizzato da Adam Straney ai BreakPoint di Seattle, il sophomore di Satisdaction e Stasia, senza momenti davvero memorabili, punta a un “dolce sprofondar in questo mare” su riflessioni argodolci ma tutto sommato positive. Sembra che il duo non abbia voluto concentrarsi su questo o quel brano, ma piuttosto abbia diluito l’r’n’b in un unico flusso sonoro della durata dell’intero album. Fuori dalle pose più direttamente riconducibili a una certa militanza black e dentro una teporosa psichedelia. Con discreti risultati.
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