Recensioni

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Pop non vuol dire solo canzonette. Può essere un’atteggiamento ruffiano verso la musica, una scelta stilistica che predilige un linguaggio più “diretto” o anche rappresentare una volontà di standardizzazione secondo le mode del momento. O niente di tutto ciò. Non può essere “colto” (non ne ha intenzione), ma può non essere banale.
L’ennesima prova di questo proviene da San Francisco e si chiama Thee More Shallows. Dopo un esordio (A History Of Sport Fishing, Megalon /Monotreme, 2002) che ha (ri)chiamato in causa gruppi come Yo La Tengo, Grandaddy e Sparklehorse, il secondo capitolo in studio di registrazione di questo trio statunitense si fa strada a spintoni nei piani alti dell’indie pop. Almeno qualitativamente. Basso, chitarre, batteria e sprazzi di elettronica che creano atmosfere sognanti e incantate; che a volte richiamano le raffinatezze dei Piano Magic (AM) e altre la leggerezza dei Kings Of Convenience (il folk “bucolico” di Ave Grave). Le atmosfere diventano addirittura darkeggianti, anche se mai claustrofobiche, in Cloisterphobia, capolavoro di questo disco, con il suo climax ascendente di tensione, mentre i violini sofferenti di Freshman Thesis, accompagnati da riff di chitarra distorta e un cantato che a tratti sembra la versione al femminile di Laurie Anderson, mettono ben in evidenza il marchio distintivo della musica di Chavo Fraser, Jason Gonzalez e Dee Kesler: una velata malinconia dipinta con tocco leggero, senza mai calcare il tratto, senza mai infastidire. Uno stile che, in maniera molto riduttiva, ma indicativa, si potrebbe definire dream pop.
Difficile dire quanto venderà questo disco, né quali sono le sue ambizioni di notorietà, ma ci possiamo solo augurare di ascoltare alla radio molti di più di questi gruppi, invece del solito, stupido pastrocchio che ci propinano il 99% delle emittenti nostrane.
Attenzione anche all’etichetta inglese Monotreme, che dimostra di avere fiuto e, soprattutto, gusto nell’ambito dell’indie pop.

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