Recensioni

Quasi cinque anni dopo Coexist, il ritorno degli xx rischia di segnare una frattura abbastanza significativa nel largo e consolidato seguito del trio. Questo perché I See You è il frutto di scelte inequivocabili e non troppo compromissorie, e sceglie chiaramente di intraprendere e (iniziare a) percorrere una strada precisa e definita, ma per sua natura intermedia. È il classico non immediatamente interpretabile disco di transizione, in cui il rassicurante vecchio e il probabile nuovo si saldano non sempre troppo armonicamente, e anzi spesso i segni di sutura restano troppo evidenti. Il risultato finale però finisce per avere un suo fragile ma tutto sommato riuscito equilibrio, riuscendo ad aprire nuove possibilità negli orizzonti dei tre senza rinnegarne i trascorsi. Resta un album che non saprà mai accontentare tutti, e anzi segnerà l’abbandono del carro da parte di molti, ma che potrà crescere nel tempo costruendosi piano e solidamente con gli ascolti e l’abitudine.
Non è il gemello di Coexist, che pure sarebbe stato irrealistico aspettarsi, non è la definitiva “sbragata” pop che in tanti paventavano e quasi altrettanti auspicavano, e non è nemmeno la semplice e meno ispirata appendice all’esordio solista di Jamie, per cui alcuni stanno tentando di farlo passare. Questo terzo capitolo è semplicemente la difficile cerniera tra il definito e inevitabilmente limitato passato del gruppo e una delle possibili evoluzioni che potevano essere scelte per non restare a marcire in una dimensione che da florido – i cloni e gli epigoni dal 2009 ad oggi ci sono stati, e non pochi – trademark poteva facilmente diventare maniera. Se parlare di apertura pop non è del tutto fuori luogo, abbracciare questa definizione prima di approcciarsi all’ascolto rischia di rivelarsi estremamente fuorviante. Una palette stilistica più variegata, maggiori infiltrazioni elettroniche e la novità dell’utilizzo di samples (magari utilizzati come chorus, vedi per il campionamento di Daryl Hall & John Oates in Hold On) questo sì, ma aspettarsi degli xx in formato MTV rimane molto distante dalla realtà.
Ad ogni modo le novità ci sono, e copiose. Quell’intimismo minimale scarno e quasi autistico nel suo posato e clausurale rifiuto del mondo sembra ora contaminato e illuminato da una parziale e abbastanza convinta apertura, e fa capolino nuovamente vergine solo in alcuni occasionali frangenti: l’asciutta semplicità degli intrecci tra la chitarra della Croft (che allo strumento è sempre sembrata quasi il Frusciante minimale del periodo post-riabilitazione di Californication, solo ancora più fragile e restia ad uscire dal suo guscio) e il basso di Sim, insieme all’equilibrata alternanza/armoniosa sovrapposizione delle loro due voci, che tanto aveva plasmato le fortune dell’act nei suoi primi due capitoli, è ancora trasversalmente presente, solo non più esclusiva protagonista; il posto al centro dei pezzi, come accadeva costantemente in passato, è quindi ripreso solo saltuariamente (la ballata pianistica in crescendo Brave for You, la coda chitarristica di I Dare You).
Il nuovo contrappeso è invece costituito dalla prevedibile rinnovata centralità di Jamie che, in continuità con il successo del suo In Colour dello scorso anno, è l’annunciato principale fautore della detta neo-apertura del marchio xx. Già l’iniziale Dangerous, chiaro incipit-manifesto scritto ai tempi di Coexist ma recentemente riarrangiato in questa nuova e programmatica versione, è esplicitamente indicativa delle novità introdotte: tappeto percussivo di smalto garage e fiati funkettosi e festosi, un basso dal groove abbastanza inedito per Sim e melodie non troppo indimenticabili (tutti elementi che sarebbero risultati impensabili nei due dischi precedenti) la fanno assomigliare decisamente ad una riuscita b-side di Smith. Sullo stesso solco si inseriscono poi gli arpeggi della primaverile Say Something Loving, la spiccata ma sempre sussurrata ballabilità di epsiodi come Lips, Replica e la già citata I Dare You (questi ultimi tre sono anche i pezzi più riusciti della scaletta).
C’è anche una patina vagamente black – su tutto, vedi i già detti ammiccamenti funkettosi di Dangerous – che rispunta vivace tra le pieghe di queste nuove tracce. Ed è un tratto che era presente, sotteso ma importante, anche nei due album precedenti; non a caso i tre si sono sempre professati appassionati ascoltatori – tra le tante cose – anche di molto r&b, funk, hip hop ed affini. Queste influenze, appunto laterali ma non prescindibili per una piena analisi del fenomeno xx, sono sempre state uno dei capisaldi che hanno contribuito a fare del trio qualcosa di più di una semplice versione aggiornata dei Young Marble Giants, e rispuntano copiose ed evidenti anche e soprattutto nei live set del Jamie solista.
Tirando le somme, quello che manca ad I See You per fare il famoso definitivo passo in più è la proverbiale quadratura del cerchio finale. Come detto in apertura, questo è e rimane un disco di passaggio: lo scarto tra il prima e il dopo, ampio e non ancora del tutto colmato, è stato limato come probabilmente meglio non si sarebbe potuto e con un’onestà difficilmente discutibile. Nel fare questo, però, l’elemento che risulta parzialmente sacrificato è una compiutezza melodica che seppur sempre molto valida, pare qui leggermente meno a fuoco rispetto alle due uscite precedenti. Detto banalmente, i pezzi ci sono ma lasciano meno il segno rispetto al passato, e i singoli di oggi – prendiamo Hold On e Say Something Loving – per quanto validi pagano abbastanza pegno rispetto a quelli di ieri (pensiamo ad una Crystalized o ad Angels). Troppo poco per non lasciarsi conquistare un’altra volta dal giochino, ma abbastanza per non gridare (ancora) ad un nuovo miracolo.
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