Recensioni

5.9

Anni Zero malandrini, nostalgia canaglia, benedetta gioventù. Il mondo non sarà più quello di prima, ci dicono, ma intanto i Wombats la pandemia non se l’è portati via e a quattro anni (ripristinata la regola del quattro infranta con il precedente lavoro, arrivato tre anni dopo il predecessore) da Beautiful People Will Ruin Your Life ci forniscono le istruzioni su come aggiustare la faccenda. Fix Yourself, Not The World, suggeriscono, e forse hanno ragione perché il mondo è da un pezzo che sta… a pezzi, quindi meglio concentrarsi su qualcosa più alla portata. Del resto, loro di guide e prescrizioni se ne intendono.

Chi scrive non si è mai strappato i capelli per questi tre saltimbanchi di Liverpool che, per quanto ci riportino ogni volta agli anni d’oro del brit-indie emanazione dell’ondata post-punk revival del periodo (siamo dalle parti di Kasabian, Arctic Monkeys e Kaiser Chiefs, per intenderci, ma si potrebbe sconfinare fino a Rapture, StrokesKillers, ché in epoca di globalizzazione cosa stai lì a sottilizzare), non hanno mai sfornato la ciambella dal buco giottesco. “Tiro”, in gergo musicale, può essere definito come qualcosa che al di là delle effettive qualità estetico/stilistiche, possiede un carattere d’insieme tale da creare empatia con l’ascoltatore, da “prenderlo”, specie sul piano ritmico, del groove. Ecco, su questo versante ai Vombati (che, per chi non ha voglia di googlare, sono una famiglia di marsupiali australiani) non si può rimproverare nulla, anzi. La dozzina della loro quinta prova ha un ottimo tiro e danzerecciamente è sublime, accodandosi sulle orme di certo pop ballabile ma chitarristico dove il prefisso alt è così fuori luogo da fare quasi figo.

Il fatto però è che tutto sa di già sentito; il che non sarebbe un problema se sostenuto da una scrittura che punti a qualcosa di più di una sufficienza stiracchiata, ma lo diventa, un problema, quando per trovare qualcosa di accettabile ci si deve segnare una Everything I Lose Is Going To Die, che per frange chitarristiche cucite addosso alla veste ritmica potrebbe ricordare tutto ciò che fece seguito agli Interpol di Antics, o gli echi psych misto orientali di una Work Is Easy, Life Is Hard. Peraltro, a volte l’insistenza su certi tasti “screamadelici” rasenta l’ottusità e non di rado i dischi di Matthew Murphy e soci finiscono per stancare prima dell’epilogo. Il che è un peccato perché poi magari si arriva a una Don’t Poke The Bear, altro picco (diciamo così) del lotto, quando ormai si è in fase R.e.m. da un pezzo, e hai voglia a bussarci per ridestarci.

Va comunque detto che azzeccata appare la scelta di arricchire qua e là la tavolozza ora con schitarrate hard&heavy (Ready For The High), ora con fiati (la cosa migliore di Wildfire, tanto per dire). Palliativi, certo, ma almeno a questo giro tali da rendere le traiettorie di questi simil koala affatto “verticali” (non si arrampicano sugli alberi) un tantino meno leggibili e scontate. Il tutto però senza scongiurarne la prevedibile estinzione.

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