Recensioni

Innanzitutto, c’è da raccontare una storia. Una di quelle che ti aspetti – ti auguri – di leggere nelle biografie delle band che, bene o male e malgrado tutto, ce l’hanno fatta. I torinesi Smile si formano nel 2019 e debuttano nel marzo del 2021 con un album dal titolo lapalissiano che col tempo si rivelerà controprofetico: The Name Of This Band Is Smile. Più o meno in quelle stesse settimane sta covando il side-project di una delle rock band più importanti degli ultimi tre decenni: i The Smile di Thom Yorke, Jonny Greenwood e Tom Skinner. Escono allo scoperto di lì a poco con un’esibizione in streaming per il Glastonbury, per la gioia di quanti attendono ormai da anni il ritorno in pista dei Radiohead. Un anno più tardi, maggio 2022, i The Smile pubblicano A Light For Attracting Attention, ottimo album che conferisce sostanza a un hype comprensibilmente già corposo. Va da sé che a questo punto la visibilità mediatica degli Smile nostrani – stavo per scrivere “originali” – ne esce molto penalizzata, diciamo pure obliterata.
Tutto ciò è, come dire, emblematico: quattro ragazzi tentano di alzare la testa dalla palude del disorientamento generazionale mettendo in gioco passione, quel po’ di rabbia e – ultimo ma non meno importante – un nome che tenta di trasmettere con ironia amarognola tutto il disincanto che ci sta dietro, ed ecco puntuale il bastone tra le ruote sotto forma di un perentorio ubi major, oltretutto per mano (inconsapevole, ok) di chi dovrebbe stare dalla tua parte, pure se di una generazione precedente. Vedi tu il “no future” in quanti e quali modi può manifestarsi in questi pazzi, strani tempi. E con che strisciante, capriccioso, beffardo accanimento poi.
Eccoci quindi al presente e alla decisione, tanto improvvisa quanto comprensibile, di cambiare nome: la scelta cade su The Wends, neologismo che indica un particolare stato d’animo così descritto dal The Dictionary Of Obscure Sorrows: “frustrazione per il fatto che non ti stai godendo quanto dovresti qualcosa per cui hai lavorato per anni, il che ti spinge a tentare varie combinazioni di pensieri per andare oltre la statica vacuità emotiva, come se il tuo cuore fosse stato accidentalmente smagnetizzato da un’ondata di aspettative”. Mi pare che non ci sia molto da aggiungere. (Anzi, sì: tra parentesi aggiungo di avere pensato per un attimo che se avessero deciso di chiamarsi The Bends sarebbe stato un contrappasso niente male, no?).
In tutto ciò, i Nostri non si sono persi d’animo. Ok, il fuoco può avere vacillato ma non si è affatto spento, anzi. Si sono affidati, per così dire, alla migliore terapia possibile: hanno suonato e suonato, sia live che in sala prove. Il risultato è l’opera seconda It’s Here Where You Fall, sette tracce per circa venticinque minuti nel solco della stessa energia febbricitante del predecessore, ma con qualcosa di nuovo. Detto che altro elemento di discontinuità è rappresentato dal cambio di etichetta – la scelta è caduta sull’emiliana, ma con sede anche in California, We Were Never Being Boring – si avverte un sensibile spostamento del fulcro dalle parti di un post punk più compatto, sul punto di tracimare nel derapage solido di certo rock alternativo anni ‘90, ferma restando comunque la vena jangle-pop di partenza (come del resto ribadisce fin da subito la palpitazione sorniona di What A Heart Is For, ospite la chitarra di Max Casacci).
Detto di una Best Behaviour che fa pensare a dei Buffalo Tom impegnati a smazzare struggimento Smiths, la sorpresa arriva da una The Way We Die Tonight che mette in mostra un lato inedito della band, più trattenuto e denso, maturato all’ombra di un rock che metabolizza particelle soul fino alle soglie di un mainstream caldo, anche se l’irrequietezza continua a grugnire cupa sotto il giubbino (c’è pure un synth, suonato dal co-produttore Ari Stead). Una deviazione che ci sta, anche se si avverte in filigrana lo sforzo di tenere una traiettoria inusuale, di dosare il piede sul pedale e calcolare spazi di frenata.
Ma è giusto tentare, perché in questo disco più che nel predecessore appare chiaro che il loro punto di forza rischia di coincidere con il loro limite. Le tracce restanti infatti ripropongono al meglio la calligrafia dell’esordio: sono pensieri tesi, subbugli a fior di pelle, corse col cuore che scoppia ed elettricità sugli spigoli concreti e metaforici del mondo. Definiscono cioè un luogo, una camera di combustione e decompressione, lo scenario in cui si agitano i fantasmi del futuro. E lo fanno in maniera che sembra, oggi più di ieri, definitiva.
In altre parole, canzoni scoscese, concitate e mercuriali come Worthy Of Nothing e Half Faith Half Trouble, col loro carico di emozioni che si surriscaldano fino a sfarinarsi in vampe bellicose e volatili, portano a compimento tutte le premesse con una quadratura così essenziale da farti pensare che sia, beh, insuperabile. Credo che cercare nuovi spazi sulla mappa sia quindi una conseguenza necessaria, per evitare che il titolo di questo disco finisca per essere una di quelle profezie bastarde che si autoavvera.
In tutto ciò, sono convinto che i The Wends – mi sto abituando a chiamarli così – trovino motivo di essere ed esprimere al di là delle pur riconoscibili coordinate sonore. C’è una sovrapposizione netta, necessaria tra la frenesia smaniosa del loro rock chitarristico e la sindrome da aspettative frustrate che pervade la generazione dei millennials: elementi in comune sono senz’altro lo sconcerto esistenziale, il senso di marginalità acquisita, la melanconia che discende dalla percezione di una centralità perduta e con ogni probabilità irrecuperabile.
È proprio questa capacità di conferire senso alla forma nel qui e ora che fa la differenza tra i The Wends e una qualsiasi rock band dall’impostazione nostalgica, per non dire revivalistica. Ed è pensabile che sapranno farlo anche se e quando percorreranno nuove strade su altre mappe (e leggende). Ce lo suggerisce ad esempio il piglio più solido e stranamente avariato di Excuses, con le sue scorie jangle e i retaggi spettrali grunge: suona come un cuore gettato oltre l’ostacolo e al tempo stesso come il suo schiantarsi glorioso, sembra emergere dal ribollire freddo della sconfitta pur sapendo che in qualche modo la chiave del riscatto è a portata di mano, incastrata nella crepa tra rabbia e consapevolezza.
It’s Here Where You Fall è un disco breve e lancinante come uno spasmo, è un’increspatura sulla superficie da cui intuisci tutto il groviglio che c’è sotto. E questi ragazzi, eh, questi ragazzi sono una risposta appassionata e (perciò) autorevole a una domanda che non è facile decifrare, ma che riguarda indubbiamente loro e noi tutti, nello stesso futuro.
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