Recensioni

Una marea di album tra self released e label, tra cui Instant Coffe Baby, Beer In The Breakers, ora Long Black Cars ancora su Moshi Moshi, l’ennesimo tassello di un personale continuum newyorchese. Art folk, anti folk, indie o semplicemene indie-rock: taggateli come volete. Il loro è un linguaggio scritto nella storia della wave che prima si chiamava blank (Television), nell’epopea rock di Jonathan Richman con i Modern Lovers, nei song book dei più giovani Hefner e Jeffrey Lewis e negli spartiti del vecchio Lou più trad rock. Il suono di New York rivive nel sangue inglese di questo trio britannicissimo con alle spalle una lunga carriera (si sono formati nel 1998, hanno collaborato con Herman Düne e John Darnielle dei Mountain Goats) e una missione: indossare i panni dello slaker con qualche uscita Mark Knopfler, giusto per distinguersi dalla massa dei lo-fier a tutti i costi.
Stay Here And Take Care Of The Chickens, Hoops Cut Them Down In The Passes, e Come Home Tessa Buckman le nuove gemme, tutte ambientate sotto la Union Jack tra tv show, gabbiani e spaghetti (l’ennesimo riferimento all’Italia) con la consueta disinvoltura naif, ispirazione poetica e ordinario quotidiano da broken hearted.
I riempitivi, pieni di assoli blues naturalmente, non mancano e il singolo, Eskimo Kiss, non è la canzone migliore del lotto. Autosabotaggio? Certo. Ecco un’altra cosa che ci piace di questi ragazzi. Non fanno copia incolla. Sono NY nell’anima.
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