Recensioni

Devo dire la verità: i primi passi dentro questo
album presagivano un cambiamento di rotta o meglio una messa a fuoco di vecchi
melodismi new wave in chiave vintage con un rinnovato senso dell’intimo, da
slabbrare lungo tracce contorsionisticamente delicate. L’apparenza inganna e se
mentre l’intimismo raggiunto e ricercato è la chiave per leggere questo nuovo
capitolo del quintetto di New York, la spesso fastidiosa pochezza della scrittura
evoca fantasmi di logorrea inutile e un non accettabile ripiegamento su se
stessi. Laddove si comincia con
entusiamo nei territori wave ormai solcati sin dall’esordio ma con un maggior
senso di oppressione musicale ed emotiva (le inflessioni chitarristiche in
basso profilo su singulti di batteria di Donde
Esta La Playa,
la vena dark-lasciva della speciale On
The Water e l’irrequietezza dello scorrevole low&loud di Postcards From Tiny Islands) poi si
ritrova la familiarità con la propria proposta più ruffiana nel mestiere del
singolo In The New Year. In seguito, Red Moon è un lentone piacione per fiati
e voce alcolica, Long Time Ahead Of Usun indolente sussurro fra chitarre flebili e vuoto di prospettive, If Only It Were True una ballata
paracula a dovere per chiudere il disco. In mezzo una Canadian Girl che sa di anni ’50 e di Dean Martin e che un po’ la
butti in mezzo per far scena, un po’ sa farsi piacere… Insomma i Walkmen hanno
deciso di non battere nessuna strada con convizione lasciandosi trasportare da
quello che sanno fare da sempre, il tutto infarcito del solito croonerismo da Bono alticcio, delle solite chitarrine
wave, delle solite tastierine vintage (meno invadenti che in passato) e da
qualche (troppa?) ballatona senza arte né parte messa lì giusto come
riempitivo. 14 tracce che potevano essere 10 e fatte in modo più conciso, per
un disco discontinuo che ha momenti che si fanno apprezzare e tanti altri che
vanno a perdersi nell’inconsistenza.
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