Recensioni

Se pensiamo alle influenze prettamente pop nella musica etnica, sono davvero pochi gli esempi di risultati efficaci che abbiamo potuto ascoltare negli ultimi anni. Il panorama, poi, diventa ancor più ristretto se pensiamo alle label indie che scelgono di ibridare il loro roster, acuta scelta realizzata da Moshi Moshi Records con i Very Best.
Il duo svedese-malawaiano formato da Johan Hugo ed Esau Mwamwaya torna ora con un secondo album, realizzato dopo un lungo viaggio che ha portato i due in un piccolo villaggio dell’Africa orientale. La battuta lenta ed i loop – sia vocali che digitali – segnano fin da subito la cifra stilistica di Make A King, correlando la produzione dell’album alle uscite downtempo, perfette per una riproduzione da club europeo. A rendere straniante l’ascolto del disco (e ad aprire le strade dell’immaginazione) pensano invece i testi, impregnati dell’inflessione africana e arricchiti dai cori e dalla seconda voce.
Se parlare di meticciato sonoro è dunque attività spesso abusata, Make A King è certamente un album a cui fare riferimento grazie ai suoi continui spostamenti spaziali e temporali. Con questo disco i Very Best tornano infatti indietro nel tempo riutilizzando i suoni sintetici di riferimento eighties, districandosi fra chitarre e keyboards con scioltezza ed esuberanza, concedendosi ritmi più ballabili (ad esempio in Sweka) o concentrandosi su delicate ballate (Mwana Wanga). Ma Make A King è soprattutto un disco di contatto fra continenti, linguaggi e idee, condensati in 13 brani in cui la vera parola chiave è “pop”.
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