Recensioni

7.6

La vita è una sinfonia dolceamara, e a saperlo per primo è proprio chi ha cantato quel famoso refrain: Richard Ashcroft. La carriera dei suoi Verve fino a quel momento ha avuto più alti e bassi di un giro sulle montagne russe. Due album di culto tanto per cominciare (e anche qualcosa di più del culto) prima di scivolare sul terreno sdrucciolevole del loro suono tardoneopsichedelico e su certe bucce di banana che si trovano puntuali sul cammino di tante band dal talento complicato: instabilità creativa e personale e un mix di dissidi interni e droghe che hanno come prevedibile risultato un (primo) acrimonioso scioglimento.

Ma non è (ancora) finita. Poco dopo, Ashcroft rimette insieme il gruppo con la sezione ritmica e un nuovo elemento – Simon Tong, più tardi anche nei Blur – e alla fine si convince a richiamare il chitarrista Nick McCabe. La ripartenza è con un asso nella manica che non ti aspetti. Nel giro di qualche mese un complesso portato in palmo di mano da uno zoccolo duro di critici e fan si ritrova catapultato nel gotha della hit parade, in rampa di lancio per entrare tra i best-seller assoluti del rock inglese. Merito di un impronosticabile ma centrato disco per l’estate 1997 che spopola e fa strage di cuori tra le onde radio e i tubi catodici (alla conversione al digitale di massa mancava ancora qualche annetto). Per indorare la pillola di uno dei testi più depressivi dell’epoca i Verve fanno leva su un tema ostinato d’archi ripreso da un arrangiamento strumentale per orchestra di The Last Time dei Rolling Stones e su un videoclip semplice ma d’impatto in cui Ashcroft cammina da solo su un marciapiede con gli occhi persi nella sua “visione” e non si cura tanto né della buona educazione né del codice della strada. Et voilà, la rinascita è servita. Complice una scena britannica particolarmente “attenzionata” dai media nazionali e non, il gruppo agguanta il successo, quello vero.

Che il numero 2 in classifica in UK (12 negli USA) di Bittersweet Symphony sia appannaggio del portafoglio di Jagger e Richards e dei loro manager – che si accaparrarono il 100% delle royalties mettendo Ashcroft e i suoi con le spalle al muro – è una ferita aperta a cui però si può ancora sopravvivere visto che su quella fortunata scia il secondo singolo The Drugs Don’t Work si piazza subito in vetta alle charts e lo stesso fa l’album intero spodestando (con merito) Be Here Now degli Oasis; e in questo almeno non ci sono Allen Klein né Andrew Loog Oldham né i tribunali a rovinare la festa (per la cronaca, solo nel 2019 i diritti su Bittersweet Symphony sono stati restituiti ad Ashcroft). Per quelli per cui i Verve non erano un fulmine a ciel sereno, Ashcroft e i suoi non facevano che continuare tra tanti ostacoli – in primis loro stessi – un percorso cominciato cinque anni prima. Il bozzolo post shoegaze di Gravity Grave e il primo album A Storm In Heaven, tutto assorbito nel suo limbo dream rock, avevano già illustrato a dovere le voglie di psichedelia, e il programma più assertivo di A Northern Soul sulla base di un veemente soul-rock sempre molto spacey e volitive ballate elettroacustiche – la tesa History su tutte – mostrato la spia accesa della loro ambizione pop-rock. Urban Hymns era quindi il capitolo terzo secondo una traiettoria abbastanza lineare: una fotografia in alta risoluzione che smussava un po’ di angoli ma senza depurare i Verve di tutte le loro varie eccentricità.

L’asse più in vista della band, quello tra il canto tormentato di Ashcroft e la chitarra lisergica di Nick McCabe, rimane in prima linea ma nelle lunghe tirate psichedeliche la sezione ritmica si fa apprezzare con il suo tiro funky languido e guizzante, mentre i numeri melodici risplendono di arrangiamenti sontuosi: Sonnet, una soul ballad disegnata da morbidi sussulti in levare, The Drugs Don’t Work e Lucky Man che riprende in chiave maggiore i vortici altisonanti della vecchia History sono le Nights in White Satin e le Plague of Lighthouse Keepers della loro generazione o solo di quel 1997 (non fa questa grande differenza); quel pop-folk “progressivo” e orchestrale in ambito brit pop anni ‘90 aveva la seconda metà di Dog Man Star dei Suede come metro di paragone e non molto altro ancora (e il grande ex Bernard Butler fu tra l’altro in lizza per prendere il posto di Mc Cabe nei Verve). Le rock jam di The Rolling People e Catching the Butterflies invece hanno quel feeling ritmico post baggy che si accorda inusualmente bene con atmosfere dark (Catching the Butterflies, per NME un incrocio tra Happy Mondays e Cocteau Twins: definizione piuttosto azzeccata) e quando c’è da chiamare a raccolta il vecchio spirito dell’hard blues inglese degli Stones, dei Free, dei Led Zeppelin per Come On, ecco serviti dei Jane’s Addiction in versione british decisamente convincenti (molto più dei The Music, meteora che al gruppo di Perry Farrell e pure ai Verve dovrà pure più di qualcosina).

Anche il momento magico dei Verve non dura granché. Nemmeno due anni dopo ecco un’altra fine, ancora più amara (da one hit wonder, anche se si dovrebbe parlare meglio di one album wonder visto che di singoli fortunati da Urban Hymns ne sono usciti almeno un altro paio). Un secondo scioglimento stavolta quasi definitivo; poi, la reunion del 2007, che guarda caso cadeva in un altro anniversario. In quel ’97 i Verve sembrarono giocarsela con i Radiohead per il titolo di rock band inglese più in ascesa – oggi il confronto è improponibile per varie ed eventuali che non stiamo qui a snocciolare – o in alternativa essere pronti a diventare la versione seria degli Oasis (che li consideravano il secondo miglior gruppo nel Regno Unito – naturalmente dopo di loro… e comunque Cast No Shadow, il pezzo più emozionante di Morning Glory, era dedicato proprio, testuali parole, “al genio di Richard Ashcroft”). Durò un attimo ma fu vera gloria.

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