Recensioni

7.5

Dare un seguito regolare al proprio lavoro di musicista non è facile nemmeno se sei una delle menti più scintillanti del panorama indie britannico. Ma non sempre si tratta di mancanza di ispirazione. Matt Johnson, alias The The: uno dei colpi di teatro anagrafici che ambiscono a entrare nella lista dei nomi d’arte più strambi per un artista – ha avuto il suo bel da fare con ostacoli oggettivi, quelli che vanno ben oltre lo spartito che non si riesce a compilare. Basta ricordare la morte del fratello maggiore Andrew avvenuta nel 2016, illustratore noto come Andy Dog, molti dei cui lavori hanno adornato l’artwork, esterno ed interno, dei dischi di The The compreso quest’ultimo Ensoulment.

Della terribile perdita Matt ha cantato nel singolo indipendente We Can’t Stop What’s Coming del 2017 (“Non è stata una canzone facile da scrivere”, ha detto). Ma non si trattava del primo lutto del genere. Altrettanto straziante è stata la prematura morte del fratello minore Eugene, al quale il musicista dedica Love Is Stronger Than Death, una canzone (il cui titolo è la parafrasi della citazione biblica dal Cantico di Salomone 8:6: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché l’amore è forte come la morte (…)”) contenuta in Dusk, l’ultimo album con Johnny Marr in formazione, del 1993, arrampicatosi fino al n° 2 della classifica UK. Anche questa pubblicata come singolo – con un frammento dell’immagine di Cristo in croce in copertina – e qualche anno dopo diventata canzone portante della colonna sonora di Nowhere, film di Gregg Araki del 1997 (arrivato in Italia misteriosamente come Ectasy Generation).

Come dimenticare, inoltre, l’intervento alla gola, causa un ascesso, che nella primavera del 2020 avrebbe potuto metterlo definitivamente fuori gioco? Perché queste cose si sa come iniziano, ma non è detto che i ferri vadano sempre per il verso – e neppure il chorus – giusto. “Mi hanno detto che non avrei potuto cantare per sei mesi – ha dichiarato Matt Johnson a Mojo –, l’operazione è avvenuta all’inizio di maggio 2020 e la prima volta che ho cantato è stato con Tim Pope per la festa di Capodanno, al karaoke. Ho cantato Suspicious Minds. Ero molto ubriaco ma ricordo di aver pensato: ‘È fantastico! Posso cantare di nuovo!’”.

Può cantare di nuovo, The The: Johnson il volto, la voce, la musica, di una sigla attorno alla quale ruotano nomi più o meno altisonanti – dal già citato ex chitarrista degli Smiths in realtà membro effettivo della sigla a Steve Hogarth dei Marillion, da Mark Almond ex-Soft Cell a Sinéad O’Connor, da Vinnie Colaiuta a Danny Thompson. A distanza di un quarto di secolo dal precedente disco di musica rock di studio, NakedSelf del 2000. In mezzo a tutti questi anni quattro colonne sonore: Tony (2010), Moonbug (2012), Hyena (2015), Muscle (2020); il progetto multimediale del 2017 The Inertia Variations ispirato all’omonimo libro del 2005 del poeta John Tottenham (al quale hanno fatto seguito un documentario e il box set di tre dischi Radio Cinéola Trilogy) e infine il live del 2021 The Comeback Special: Live At The Royal Albert Hall, seguito del tour mondiale del 2018 The Comeback Special che ha registrato il tutto esaurito. E per non lasciare indietro proprio niente vanno ricordati i singoli in vinile da 7 pollici I Want 2 B U (2020) e $1 One Vote! (2023).

Canta di nuovo dunque, Matt Johnson, e lo fa in modo intrigante. Con una voce calda e profonda che si piazza a metà tra Leonard Cohen e Johnny Cash. In qualche modo ammonitrice, ma una battuta dopo rassicurante. Che si tratti di raccontare con la cadenza del narratore fuori campo di un drammatico noir, come in Down The Frozen River – dettata da un piano logorante – o Life After Life – traslucida e allucinata –, entrambe grondanti amare riflessioni sullo stato dell’attuale UK; o che sciorini, in contrasto con la melodica e contagiosa alzata di testa del ritornello e della coda, le pessimistiche ruminazioni di Kissing The Ring Of POTUS (“The Empire dies”, per esempio), l’ugola di The The fa altrettanto presa quanto gli strumenti.

Non è meno velata di amarezza la ballata decadente di Some Days I Drink My Coffee By The Grave Of William Blake. Tra chitarre acustiche e un glockenspiel eco del passato, con voce da crooner snervato Johnson lamenta che “la Londra che conoscevo è andata, andata da tempo”. Poi affonda il colpo: “Questa terra avida e sgradevole si avvolge in una bandiera / Fingendo la sua libertà, una dittatura travestita”. Cantando una realtà che delle poesie di William Blake non ha più niente, pericolosamente prossima oramai alle tragiche previsioni delle opere di George Orwell: “Gli agenti della malizia, provocatori travestiti / Usano frammenti di verità per vendere la più grande delle bugie / Il lessico è trasformato in un’arma, la popolazione atomizzata / L’informazione criminalizzata, i dissidenti? / Senza parole!”.

Benché l’andamento musicale sia eccitante, uno dei pochi brani dalla melodia e dal passo ritmico concreti, l’iniziale Cognitive Dissident scritta a quattro mani col chitarrista Barrie Cadogan trasmette inquietudine: accattivante al primo ascolto e non è un caso che sia stato pubblicato come singolo (i singoli saranno tre, vinili da 7” in edizione limitata: oramai funziona così, limitati, picture, shaped; bisogna accendere l’interesse dell’acquirente grazie all’esclusività dell’oggetto, più che per il valoro artistico). Nonostante il luccichio delle note, le parole di Cognitive Dissident sono un monito: “Il futuro? Privatizzato. / Il consenso? Realtà creata? Curato / Ogni posto in cui pensavi di appartenere / Tutto ciò che pensavi di sapere è sbagliato / (…) / La verità è sulla forca / Le bugie siedono sul trono / Qualcosa nell’ombra / comunica tramite codice / L’impensabile è ora pensabile / Il veleno? È bevibile! / Quindi, segui il programma – sincronizzati / Faresti meglio ad autocensurarti per il pensiero sbagliato”.

Linoleum Smooth To The Stockinged Foot è altrettanto accusatoria: “Condannati come malati – sebbene sani / I deboli sono disprezzati dai ricchi / Spinti all’infinito a strofinarsi le mani / A sbattere le loro pentole e battere le loro padelle / Quindi resi idioti dalla paura / Mentre i dissidenti vengono radunati”. Ma non tutto è perduto. Un raggio di luce traspare quando Matt Johnson sul finale intona: “Eppure il velo si sta sollevando perché tutti possano vedere / questa gelida morsa di follia”. Liriche calate in una atmosfera sonora malata che sa tanto di no-vax: queste parole infected – sembra dire The The – vi stenderanno oppure vi renderanno più forti e immuni ai prossimi scossoni, alle trovate dei governi che si susseguono e non hanno alcun rispetto per “i deboli disprezzati dai ricchi”.

Un raggio di luce che illumina anche l’incantata elegia di I Want To Wake Up With You, una oasi di aspettative che si può trovare tra gli affetti personali che a Matt continuano comunque a sfuggire tra le dita come sabbia che non si riesce, non si può nel suo caso, fermare. Perché Where Do We Go When We Die? È ancora una canzone sulla perdita di una persona cara. Questa volta il padre. E confessa il musicista: “Spero davvero di non dover scrivere altre canzoni del genere”.

Il suo mondo personale viene a galla tra i ricordi di Down By The Frozen River, una foto in bianco e nero dei turbolenti giorni di scuola. “Abbiamo fatto di tutto per evitare la scuola. Era un lavoro duro, in realtà. Costruivamo tane, e ci procuravamo fumetti, o sidro dal pub e dolci. Periodicamente la scuola mandava il signor French, l’insegnante di arte. Aveva una piccola Ford Anglia. E girava per le strade rintracciandoci”, ha raccontato Matt di quei giorni, autodidatta anche come musicista, a Mojo. “Ho lasciato la scuola a 15 anni. Non ho superato tutte le qualifiche. Non mi sono nemmeno preoccupato di provarci. Il mio primo grado in Musica è stato E-5!”. Una sonora bocciatura.

Oppure quando si tratta di ricordare i demoni di un passato che sono stati domati. In Rising Above The Need canta: “Troppo per me non era mai abbastanza”, stendendo a chiare lettere un monito da ricordare e un confine da non oltrepassare mai più con troppa disinvoltura. “È piuttosto autobiografica, in parte. Passo lunghi periodi senza bere. Ho smesso per sette anni. A volte un anno. (…) Ma c’è un lato di me che è sempre lì, in agguato sullo sfondo. (…) I miei demoni sono sempre stati presenti. Però ho fatto pace con loro. Non mi sento perseguitato da loro. Sono lì da frequentare, con cui uscire a volte, se voglio”.

Non ci sono solo rabbia e frustrazione in Ensoulment. Aleggiano il rammarico – anche strumentale: un lacrimoso organetto che domina la cantilenante, bellissima, I Hope You Remember (The Things I Can’t Forget) – e il rimpianto per qualcosa di non ben definito e perso della conclusiva A Rainy Day In May: “Un giorno di pioggia in maggio / lava via la mia tristezza”, un treno, qualcuno che non si rivedrà mai più. Un senso di melanconia impossibile da guarire, forse per un giorno, un piovoso giorno di maggio. O per tutto il tempo che rimane da vivere, chissà.

Ma come inserti pubblicitari, intelligenti dunque inadatti a vendere un prodotto, ecco le deviazioni di Zen And The Art Of Dating, che tra il caustico e l’ironico plana sul rutilante mondo dei siti di incontri: “In quella canzone c’è dell’umorismo. Ho fatto delle ricerche guardando vari siti di incontri e mi sono interessato a come le persone parlano di sé, mentono su di sé, e la lista della spesa di cosa cercano in un partner: ‘Impegnato, gentile, pulito, solvibile…’. Aspettative irragionevoli”.

Ensoulment si dipana come un film in bianco e nero. Né Technicolor né Cinemascope. Figuriamoci NTS o Dolby. Un film d’autore vintage dove le espressioni, le sfumature e i dialoghi sopperiscono agli effetti speciali. La voce di Matt Johnson – in un disco registrato meravigliosamente e diretto altrettanto bene da Warne Livesey, il produttore che aveva affiancato The The per i due dischi di maggiore successo: Infected (1986) e Mind Bomb (1989) – e la sezione ritmica fanno il grosso del lavoro. Gli altri strumenti, amalgamandosi come nel migliore e più fecondo dei giochi di squadra, da efficienti comprimari non hanno bisogno di ritagliarsi lo spazio dell’assolo. Sembra un disco “semplice”, in un certo senso “povero” come si dice di certa cucina, innalzato su pochi piani sonori, minime sovrapposizioni, ma per la magia del classico risultato che raggranella più della somma delle parti, l’ascolto attento, prolungato – e più insistete più vi soddisferà –, rivelerà un quadro molto più complesso dell’immediata apparenza. Al punto che tra tanti cupi resoconti, accuse, previsioni nefaste – disseminati non solo come riflessione personale ma atti a stimolare un pensiero collettivo, quella coscienza sociale, persino politica, che nella musica rock viene sempre meno – al punto che tra il depressivo riassunto dello stato delle cose occhieggia più di un elemento di speranza.

“È fondamentale essere fiduciosi”, afferma Johnson. “E spero che la gente tragga dall’album quello che noi abbiamo messo dentro. È stato creato in circostanze molto felici, con una grande atmosfera tra la band e tutte le persone che ci hanno lavorato. C’è stato molto pensiero, molto lavoro, molto amore, molte risate!”.

Oltre a 24 anni di drammatiche perdite personali e di tracollo degli equilibri sociali. Ma questo l’avevamo già detto. E Johnson cantato. Giusto guardare avanti.

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