Recensioni

C’è ritorno e ritorno. Il ritorno che fa male, rievoca gli scenari del passato e stride con l’oggi che ha fatto a botte coi ricordi, arroccandosi nel diritto all’oblio e trovandovi rifugio dopo la fine della fiaba. Il ritorno di fiamma, che accende l’aria come se l’ossigeno fosse gas. E il ritorno semplice, semplicemente un ritorno. Il coming back che quando ti chiami Mario Rossi probabilmente si annulla nell’entropia dell’universo, ma se siete Bernard Butler & Brett Anderson, avete appena chiuso la vicenda di un gruppo chiamato Suede e decidete di riaffacciarvi al mondo scegliendo The Tears come ragione sociale, beh, ci si aspetta perlomeno di farcela scappare, una lacrimuccia. Di lasciarci un pezzo di cuore. Di rimanerci.
E invece parte Refugees, il singolone, e già qualcosa non va. Non tanto perché il pezzo sia brutto, quanto perché la musica non esplode mai. Il tutto si assesta su una manciata di canzoni d’ordinanza, buone canzoni, che è già troppo definire così. Suede e Mercury Rev si intrecciano in un brit rock sofisticato e decisamente pop, illuminando i sobborghi con rari lampi, e spesso indirizzandoci verso un’ Oasis che non assolve alla funzione di rifugio rinfrescante del quale avremmo bisogno, in questa torrida estate.
La noia avanza come un esercito che occupa la città, e se questo crea sconforto di per sé, affligge che a guidare le truppe siano due musicisti splendidi, in passato gloriosi condottieri di emozioni, un piccolo pezzo di storia nei confronti del quale la resa non è ammessa.
Così non mi accontento della magniloquenza di Two Creatures o della soffice preghiera di The Asylum, ma incalzo l’esercito nemico, e mi chiedo se non sarebbe stato meglio aggiungere dopo il titolo un punto interrogativo: Here Come The Tears? Una risposta l’avrei: speriamo di no, volevamo decisamente di più.
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