Recensioni

Eravamo rimasti a sedici anni fa, quando Strict Joy suggellava la meritata botta di notorietà guadagnata con Once, pellicola indipendente diretta dall’irlandese John Carney che scelse come protagonisti la musicista ceca Markéta Irglovà e Glen Hansard, quest’ultimo già compagno d’avventure di Carney (in versione bassista) nei Frames. Il premio Oscar assegnato a Falling Slowly come miglior canzone originale sancì il valore di un’intesa sia sentimentale che artistica, carburando le vendite dell’album in cui il pezzo era contenuto, ovvero l’esordio omonimo degli Swell Season, duo formato appunto da Irglovà e Hansard.
I quali, seppure giunti al capolinea dal punto di vista sentimentale, decisero di battere il ferro caldo sul fronte musicale col suddetto secondo album, apprezzabilissimo e infatti apprezzato per come sapeva ricollocare il verbo cantautorale un po’ Damien Rice e un po’ Counting Crows in più classica zona Carole King, Cat Stevens e Van Morrison, rivestendolo al bisogno di filigrana problematica e inafferrabile di stampo Laura Nyro (il piano è del resto lo strumento d’elezione di Irglovà). In ragione di cotanta bontà, era lecito attendersi altri capitoli con tempistiche ragionevoli. Invece, niente. Per molto tempo. Tanto che degli Swell Season abbiamo finito per dimenticarci.
Sorprende, oggi, questo rientro sulla scena? Sì, ma del resto, a pensarci bene, è stata un’assenza – forse, meglio, una latenza – del tutto organica alla proposta. Che si è mossa fin dall’inizio su binari alieni rispetto alle cadenze di un mercato nel frattempo avvitato su codici sempre più finalizzati a evitare lo spettro del non esserci, nella raccolta febbrile e affannosa di briciole di hype. La stagione del duo Irglovà/Hansard prevede invece e infatti onde più lunghe e sfasate, sintonizzate su frequenze che intrecciano pop e cantautorato, soul e Broadway, raffinatezze cameristiche e visceralità blues, tutto ciò manifestando una serenissima indifferenza rispetto a qualunque trend o diktat modaiolo. In altre parole, è un disco, questo nuovo Forward, che poteva uscire quindici o quarant’anni fa, così come fra quindici anni o persino quaranta: poco cambia, credo, rispetto al suo esserci nell’agone musicale.
Come spesso capita in questi casi, si tratta del suo punto di forza e al tempo stesso di debolezza, dipende quale angolazione di ascolto (e di giudizio) si predilige. Per quanto riguarda il sottoscritto, non nascondo di avere dovuto, per così dire, regolare la sintonia prima di entrarci con la giusta disposizione d’animo, per non sentirmi passeggero di un treno senza direzioni accattivanti, intriganti, condivisibili. Per farmi coinvolgere da tanta volenterosa carenza di hype. Ma in fondo no, non è stato difficile. Per un motivo semplice: è un lavoro ben scritto, arrangiato con sensibilità e intelligenza, interpretato con padronanza e passione. La qual cosa, trattandosi in fondo di un disco, mi pare di un certo rilievo.
Spenderei innanzitutto un plauso alla produzione dell’islandese Sturla Mio Þórisson – attuale compagno di Irglovà – che nel suo Masterkey Studios (ubicato sulla penisola di Seltjarnarnes, a due passi da Reykjavik) ha saputo cogliere il bisogno di alternare atmosfere più rarefatte e vampe sanguigne, immortalando uno spettro sonoro perlopiù acustico (archi, ottoni, piano, celesta…) ed elettrico al bisogno (organo, basso, chitarra). Detto questo, tra le otto tracce in scaletta – per neppure quaranta minuti di durata complessiva – se ne possono indicare almeno due che si iscrivono d’amblè alla categoria instant classic, vale a dire I Leave Everything To You – un carillon struggente di piano, archi e la voce di Irglovà che si muove eterea in un cono di luce ambrata – e l’iniziale Factory Street Bells, folk-blues che vede Hansard espettorare trasporto e inquietudine con una densità che non saprei definire se più epica o commovente.
Altri pezzi meritevoli di menzione sono Stuck In Reverse con le sue venature southern a strapazzare un chamber-pop passionale (tipo la Band alle prese con un sortilegio Burt Bacharach), il blues da bettola waitsiana di Great Weight (il sax e la tromba a pennellare vampe mefistofeliche tra archi radenti) e quella Pretty Stories impegnata a tratteggiare un valzer delicato e onirico, il piano a galleggiare nella strategia valzer e il canto di Irglovà che sembra una versione flautata di Kate Bush (almeno fino al tempestoso crescendo finale).
Cos’altro aggiungere? Forse una cosa: è un disco che parla del presente come ogni disco deve fare (e comunque, inevitabilmente, finisce per fare), ma lo fa per sottrazione e contrasto, scartando di lato, con un passo da granchio che lo pone fuori dal nastro trasportatore, permettendogli di ritagliarsi un proprio tempo-luogo-dimensione, una specie di calda, strutturata, solida intangibilità. Rispetto alla quale molto di ciò che normalmente elettrizza le playlist, popola i trend e carbura il nostro swippare dopaminico appare così, come dire, frettoloso.
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