Recensioni

5.5

Un album come questo Apocalyptipop è la classica tavola imbandita per il recensore che si prende bene e inizia a citare enciclopedie. Apocalyptipop, Stash Raiders, Hopeful Monsters. Diciamo Catania e localizziamo il tutto, diciamo psichedelia e pop rock e si chiude il cerchio.

C’è il blues di The Mammoth Song, l’ergonomia orientaleggiante (Cairo, He’s a Fisherman, He’s a Chef, Without Space and Time), bei momenti funk come in Me, You and everybody Know. Vecchio direte? Bello dico io. Arronzato, scontato? È garage, volutamente garage, forse troppo garage, questo è vero, ma che ci possiamo fare? I ragazzi si sono fatti prendere un po’ la mano. E una stonatina qua, il rapporto voce uomo/donna diciamo neutro là, non farebbero la differenza. Quindi bravi! Ce ne fossero di ragazzi e ragazze così intraprendenti.

Però intendiamoci: di che cosa stiamo parlando, di un disco o di un live nella casa in campagna? Certe cose potevano essere pensate meglio. La fase di registrazione svela alcune lacune. Il 16 tracce in analogico fa la sua porca figura, sia chiaro, e il mix di passioni, abilità e carica situazionista/fantasy crea episodi interessanti (Fish Porn). Ma alla fine rimane un alone doomy, per non dire di bassi impegnati/registrati male, che riesce a far dimenticare anche gli episodi più sinceri e luminosi. Il cantato è sciatto e non c’è sottocultura che tenga. C’è da ingegnarsi meglio.

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