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7.1

Il terzo album degli Starvations è un campione di concisione e coerenza: dura meno di mezz’ora e propone con pochissime variazioni lo stesso, mordace e febbrile linguaggio dei lavori precedenti. Malgrado ciò, ti lascia soddisfatto, ti colpisce come un proiettile di polvere e sangue, ti attraversa come una frustata di libeccio. Se l’energia esplosiva è pressoché intatta, le ombre invece s’ispessiscono, le ballate punteggiano la scaletta con accorato tormento, al punto da far baluginare più spesso di quanto preventivato la romantica inquietudine di Nick Cave. Come nel piano che indica la luna, tra la foga d’organo e l’ebbro tremore chitarristico di Corner Of My Eye. Cave anche nella sua versione più furente, come negli spurghi acidi di cui è pervasa Purgatory, ballata caracollante e amara, e nell’impeto disperato di Where Was I?, mentre nella dolceagra Dare You To Forget – con quel piano sperso tra colpi di grancassa – più che al Re Inchiostro viene da pensare al torbido languore di un Lanegan via Gun Club.

Alla band di Jeffrey Lee Pierce ci saremmo arrivati comunque, e ci mancherebbe altro: ad evocarla ci pensano in sequenza Nightshade Sweats e This Poison, tra chitarre derapanti e addensamenti pianistici (la prima), tra ferocia sorniona e tzigana teatralità (la seconda). Sappiamo come non manchino mai precisi riferimenti nella musica degli Starvations, eppure non smetti un momento di credere che Gabriel Hart e compagnia si macerino in un autentico rovello da outsider, bestie strane dell’indie rock che altro non sono, cocciutamente alle prese con un’ossessione che gli permetterà forse di vivacchiare, mai di assaporare la fregola delle charts.

Poco male, ciò che davvero conta è l’urgenza cui deve esser data voce: come fantasmi che spingono per sciabolare l’aria, come una snervante percezione di disagio che rivanga una centrifuga Violent FemmesClashPogues (l’abrasiva Rising Horizon), che mastica un tango ubriaco come avrebbe fatto il Bob Geldolf ante-Live Aid (nella rugginosa Empty Piano), che medita blues-rock serrato, asciutto, nevrastenico come nella title-track, fino ad un urlo conclusivo che non sembra (non è) per nulla liberatorio.

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