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7.4

L’incipit è reiterazione di arpeggio di chitarra sognante e in modalità post-rock etereo, ma inganna e molto, dato che i poco più di due minuti dell’iniziale No More Beige Sunday si sfaldano presto in lunghe, se non lunghissime, suite ambient-droning che formano l’architrave di All Is Quiet. L’album numero sei per la sigla The Star Pillow – sigla dietro la quale si cela l’unico responsabile, Paolo Monti – è infatti una melassa stordente di suoni estatici che l’autore ricava prevalentemente da chitarra, archetto e pedali, e da una session notturna in una stanza completamente vuota.

E un senso di vuoto cosmico, o meglio, di totale abbandono al flusso sonoro colpisce più volte durante l’ascolto di All Is Quiet, nonostante dalla struttura (e)statica fatta di riverberi, echi, feedback emergano geometrie e micro-melodie a volte sfumate, a volte percepibili appieno, come accade nell’ottima Trap For Freaks, in cui le sparse note di chitarra di cui sopra salgono e scendono come un’onda sinusoidale sopra un tappeto di drone ascensionale, o come nella algida sospensione di Equestrian, dilatata e prossima alla stasi. Il discorso si incupisce assai nelle conclusive We Were All Going To Die e Still Together Against The Great Darkness che da sole occupano più della metà del minutaggio dell’album: la prima riprende il droning della citata Trap For Freaks ma ne offre un contraltare in nero, tanto è cupa e ossessiva, mentre la seconda è un puro capolavoro di struggente malinconia chiesastica da brividi.

Dopo aver toccato lande da post-rock elettronico e improvvisazioni radicali nei precedenti lavori – ricordiamo The Beautiful Questions e Via del Chiasso dello scorso anno editi su Setola Di Maiale e Taverna – Monti sembra aver trovato una via efficace e personale, oltre che emotivamente coinvolgente.

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