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7.3

Can Such Delightful Times Go On Forever? è l’interrogativo che si pone The Soft Pink Truth, cioè l’ormai longevo progetto da solista di Drew Daniel dei Matmos, appena reduci lo scorso anno da Metallic Life Review. Progetto al solito spiazzante negli eclettici orizzonti sonori, profondo nelle filosofiche riflessioni di fondo. Professore universitario in quel di Baltimora, il musicista americano, elegante e clever in composizione, arrangiamenti e produzione, fonde stavolta elettronica e musica da camera, così come minimalismo, barocchismi pop e riferimenti al mondo delle colonne sonore più colte (il patrigno gestiva un cinema d’essai), sbilanciandosi in arrangiamenti classici che non soffrono però il passaggio del tempo.

Proprio al tempo, che scorre e non in meglio, che è prezioso se lo si ha e una dannazione perché non torna indietro, si pensa nel concept che anima il tutto: che rapporto può esserci tra il piacere e la distopia che viviamo ogni giorno?, «che tipo di conforto può offrire la musica di fronte alle crescenti ondate di fascismo, autoritarismo, crudeltà e genocidio?». Anche se potrebbe non bastare, qui si risponde con una suite in otto tracce che contrappone idealmente il colore camp al grigiore della realtà, la bellezza, l’intimismo e il senso di comunità – ecco perché è presente un prestigioso cast di collaboratori provenienti da Turchia, Svezia, Italia, Spagna e Stati Uniti – a ogni orrore, fornendo rifugio e rifugiandosi a sua volta nell’ispirazione fornita dalla poesia, dal mito e dalla tradizione, senza fare distinzione, apprendiamo, tra esperienze sul dancefloor o in conservatorio, tra sound design e strumentazione acustica.

Archi, arpe, piano, fiati, marimbe e quant’altro rendono gli arrangiamenti lussureggianti, eppure sempre vulnerabili, sempre attuali e proiettati sulla sperimentazione, pervasi delicatamente da programmazioni e drone. Non un capriccio per variare ancora le carte in tavola, bensì un album con delle idee ben precise, che emoziona nell’iniziale, più orecchiabile Mere Survival Is Not Enough, culla con la gassosa e leggiadra And By and By A Cloud Takes All Away, avviluppa con gli oltre dieci drammatici giri di orologio di una Phrygian Ganymede in odor hitchcockiano di Bernard Herrmann, affonda nella più struggente malinconia con Time Inside the Violet, evoca quadretti pastorali grazie alla chitarra di Bill Orcutt in Orchard. Non sappiamo se durerà per sempre ma intanto tempo speso molto bene, questo ascolto. 

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