Recensioni

I Flake Music esordirono nel 1997 con il breve ma sfavillante When You Land Here It’s Time to Return, una shakerata di indie rock (quando aveva senso chiamarlo così) e pop (in) acido che strizzava l’occhio neanche troppo vagamente al catalogo della coeva Elephant 6. Le 900 miglia che separano Albuquerque – città del New Mexico e sede operativa dei Flake Music – da Ruston, Louisiana, dove albergava la Elephant 6, sembravano vaporizzare in una nuvoletta lisergica attraversata da scosse nervose lo-fi ed estro residuo college rock. Undici canzoni stipate in mezz’ora che vennero ben accolte, ma che non bastarono a convincere James Mercer (autore, cantante e polistrumentista) a restare nella band.
Se ne andò portando con sé il batterista Jesse Sandoval e mutuando la ragione sociale da una delle tracce più energiche e radiose di When You Land Here It’s Time to Return: The Shins, appunto. Con l’ingresso del tastierista Marty Crandall e di Neal Langford (un altro ex-Flake Music, nel frattempo disciolti) al basso, il quartetto si presentò all’inizio del nuovo secolo/millennio con Mercer ormai leader indiscusso e forte di un contratto siglato con la gloriosa Sub Pop (grazie a un convincente tour come spalla dei Modest Mouse). Era tempo dell’album d’esordio.
Oh, Inverted World, quindi: disco che va inquadrato in una fase di transizione dal massimalismo elettrico dei 90s a un pop rock più obliquo, meditativo e visionario, capace di guardare tanto allo slowcore quanto alle fatamorgane popadeliche dei Sixties (vedi lavori emblematici come Deserter’s Song dei Mercury Rev e The Soft Bulletin dei Flaming Lips), processo al quale faceva eco l’ammorbidimento del post-rock in chiave cameristica o radiofonica tout-court (vedi i Mogwai con Rock Action, i L’Altra con Music of a Sinking Occasion o persino Jim O’Rourke con Eureka). Anche il folk-rock non ne rimase estraneo, a partire dai Wilco che con Summerteeth misero a segno un ibrido tra alt-country e pop psichedelico come difficilmente ti saresti aspettato dalla band di Being There e Mermaid Avenue.
Dal canto loro, gli Shins partivano già col background giusto: pure covando una spiccata attitudine per l’elettricità acidula di stampo jangle e college rock, la melodia rappresentava sempre e comunque l’epicentro della canzone, vissuta come un siparietto assieme nervoso, obliquo e struggente nel quale la voce inelegante di Mercer doveva muoversi come all’interno di una scenografia ben caratterizzata. Qui affiora un aspetto che potremmo ritenere cruciale, relativamente al codice espressivo degli Shins: anche se l’album si profila come organico dal punto di vista stilistico, tematico e formale, Mercer sembra concentrato sulla canzone. La canzone, già, quella dilatata e destrutturata dal post-rock, spedita in orbita dalle evoluzioni spacey e cinematiche di Rev e Lips, utilizzata come uno speculo per indagare l’anima stropicciata (dei Jeff Tweedy, dei Jason Molina, dei Mark Linkous…): in Oh, Inverted World ogni canzone è invece un piccolo ordigno arguto, irrequieto, languido e febbrile. L’album di conseguenza è una specie di mosaico in cui ogni tessera è anche un quadro compiuto, un momento singolare e infervorato, un po’ come capita nei dischi (soprattutto i primi) dei Go-Betweens oppure – per il senso di sindrome periferica e tenerezza indomita – in quelli dei Belle And Sebastian (almeno fino a Fold Your Hands Child…).
Gli Shins cavalcano quindi il timor vacui del passaggio di millennio ricostruendo la possibilità di una raccolta di canzoni pop-rock capaci di intrappolare il senso di angoscia e spaesamento individuale grazie a piccoli sortilegi psych che discendono (a spanna) da Beach Boys e XTC, ma che soprattutto tengono conto del disincanto progressivo consumatosi tra gli Ottanta (con particolare riferimento ai Felt e al giro C86) e i Novanta “alternativi”. Difatti sia i testi – dialoghi interiori intrisi di insofferenza e rimpianto, la linearità narrativa costantemente negata in un gioco di allusioni ed elusioni fortemente simboliche – che la musica sono tutt’altro che liberatori, anzi sembrano divertirsi ad agitare spettri traslucidi, sia in versione frenetica (Know Your Onion!) che sonnacchiosa (Weird Divide, Your Algebra). L’ascoltatore finisce quindi per sentirsi imprigionato nel cul de sac di un delizioso contrasto emotivo, solo col proprio disagio sentimentale e i residui di un languore affilato.
Il tenore è dettato fin dall’iniziale Caring Is Creepy, ballatina zoppicante su filamento d’organo che lascia trasparire il senso di depressione assieme alla voglia di dare fuoco alle polveri psichedeliche, un proiettile tracciante che volutamente evita di esplodere, getta le questioni sul tavolo e le lascia in sospeso. Questioni che verranno affrontate a furia di marcette battenti come On By One All Day (puntellata da elettroniche caramellate e da uno xilofono gassoso), tenerezze mordaci come Girl On The Wing (col bellissimo contrasto tra loop sintetico e chitarre aspre) o folk da nodo alla gola come New Slang (resa celebre prima da uno spot McDonalds, quindi dall’inclusione nella soundtrack di serie come Scrubs, I Soprano e Desperate Housewives, nonché del film La mia vita a Garden State, diretto da Zach Braff e da lui interpretato assieme a Natalie Portman).
Il talento di Mercer si rivela straordinariamente duttile e generoso, praticamente ogni pezzo ha potenzialità da singolo, anche se in un mondo parallelo in cui la nostalgia non è stata codificata ad uso mainstream ma è la chiave per aprire scrigni emotivi annidati nel profondo: vedi la malinconia 60s asprigna e carezzevole di Girl Inform Me, l’elettricità assieme incalzante e dimessa (da nipotini disillusi dei Kinks) di Pressed In A Book e la mestizia bucolica (con tanto di corni) della conclusiva The Past And The Pending. Quest’ultima è la chiusa perfetta per come sa disseminare indizi enigmatici relativi a ferite destinate a non cicatrizzare presto (“Held to the past, too aware of the pending/Chill as the dawn breaks and finds us up for sale”), una dissolvenza in uscita agrodolce che appunto sembra lasciare molte situazioni appese a ganci invisibili, in attesa di qualcosa.
Fin troppo facile oggi associare quella sensazione a ciò che sarebbe accaduto di lì a poco, quando dopo un’estate non certo serena il mondo e la Storia avrebbero assistito al più eclatante cambio di paradigma dal secondo dopoguerra. Comunque sia, due anni più tardi gli Shins si sarebbero fatti trovare puntuali all’appuntamento con quel Chutes Too Narrow che avrebbe mantenuto in pieno quanto promesso nell’esordio. Non prima però di un trasloco in quel di Portland (città dove agivano tra gli altri i non troppo dissimili Decemberists, al debutto nel 2002 con Castaways and Cutouts), dove grazie alle buone vendite (centomila copie, destinate a quintuplicare con gli anni) di Oh, Inverted World e alle royalties derivate dall’utilizzo di New Slang i ragazzi misero in piedi un loro studio d’incisione.
Se ha senso fare un bilancio oggi, possiamo affermare che si tratta di una delle band più particolari e ispirate di stampo pop-rock del ventunesimo secolo, ovvero in un’epoca che ha visto il rock diventare sempre più marginale, lontano dalle questioni nevralgiche care a millennials e nativi digitali. Gli Shins rappresentano perciò una sorta di anomalia emblematica, l’emergere (quasi) mainstream di un fenomeno che i parametri di airplay e playlist prevedono sempre di meno, rappresentanti di una specie che al momento non prevede eredi al di fuori di una enclave dispersa nel pelago dello scibile musicale liquido. Impossibile non amarli.
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