Recensioni

Fuggono i personaggi di Edgar Wright; lo fanno dalle loro responsabilità (La fine del mondo, Spaced), lo fanno dalla propria, sterile, quotidianità (Ultima notte a Soho), lo fanno a bordo di una macchina (Baby Driver), o scavalcando delle staccionate (Hot Fuzz). Per un regista che libera la propria macchina da presa da ogni freno, gettandola in piani sequenza adrenalinici, carrellate vertiginose, o panoramiche a 360gradi, un romanzo come quello di Stephen King, L’uomo in fuga (pubblicato sotto lo pseudonimo di Richard Bachman nel 1982), non poteva che essere l’apice di uno stile autoriale ormai assodato, riconoscibile e maturo.

Eppure, là dove il suo mondo cinematografico poteva lanciarsi in corse a perdifiato, montaggi serrati e commenti sonori abili a esacerbare ogni singolo passo, tutto finisce per implodere, risultando fermo, statico, forzato. Il protagonista stesso, disposto a partecipare a un gioco mortale come The Running Man pur di pagare le cure alla figlia malata, rientra perfettamente nella galleria antropologica modellata da Wright: sono uomini e donne gettati al margine di una società che non comprendono e che forse non vogliono più comprendere. Reietti in un microuniverso che corre troppo veloce, decidono loro stessi di correrle dietro, così da raggiungerla, ribaltarla, e distruggerla,
Eppure, qualcosa non funziona in questa ultima fuga: Glen Powell (Tutti tranne te, Hit-Man) ha il fisico, ma non lo spirito adatto per questa potente sfumatura di intenti: il suo corpo corre, salta, si nasconde, rispondendo perfettamente ai crismi del genere d’azione; ciononostante, qualcosa stride in questa macchina dai 720 cavalli, ma incapace di sfrecciare lungo il viale dell’adrenalina. Quel qualcosa è una performance troppo marcata e proiettata su un volto che si contorce in espressioni esacerbate, smorfie caricate, parole urlate, trattenute, sputate da una maschera colma di risentimento, ma vuota di emozioni. Crediamo a Ben Richards e alla sua potenza finché tutto si limita alla fera dell’azione, ma una volta indirizzati verso la sua sfera intima, qualcosa in questa magia si spezza, e l’eroe diventa giullare, il corpo solo un corpo, un contenitore senza anima, ma solo rabbia.

Che fosse voluta o meno questa antitesi tra azione e pensiero del protagonista, ciò che rende The Running Man un prodotto che poteva intrattenere e scuotere le menti, ma che finisce per ridursi a un giocattolo funzionante a metà, è proprio l’assenza della mano del regista. Wright è solo un fantasma che accenna alla sua presenza in attimi fugaci, piccoli spiragli di speranza destinati a svanire nell’esplosione di un proiettile. La sequenza con Michael Cera è una boccata di ossigeno, un ricordo commosso dell’universo (video)ludico che incontra la resistenza e il livore umano à la Scott Pilgrim vs. The world; la fuga dall’hotel un flashback di un modus operandi che sembrava perduto; l’inserimento dello youtuber ante-litteram che svela il velo di Maya sulle dinamiche del programma è una satira caustica nei confronti della società; per quanto salutari ai fini del risultato finale, quando raccolti insieme questi attimi risultano solo luci di semafori pronti a tornare sul rosso, inchiodando di colpo un bolide incapace di ingranare la quinta e correre veloce.

Si sente allora l’assenza assordante di quel montaggio sincopato, dinamico, trainato da jump-cut continui che avrebbero rinvigorito ogni singolo secondo di The Running Man; la stessa simbiosi tra visivo e sonoro, quella danza funesta tra movimenti attoriali e playlist coinvolgenti che sono divenuti tratti essenziali del cinema di Wright, sono adesso sacrificati sull’altare di un film che adocchia agli anni Ottanta e a un machismo che il regista tenta come di consueto di ridicolizzare (gli inseguimenti sembrano infatti strizzare l’occhio a quelli di Mamma ho perso l’aereo), ma che gli scivola tra le mani, spezzando quell’incantesimo del tutto personale, dove tutto si fa adrenalina, monito sociale e ironia.

Senza quei raccordi dinamici, improvvisi, gli eventi si susseguono con fare a tratti disordinato. Troppo estesi nel loro sviluppo, finiscono per recuperare il tempo perso nel loro epilogo, rendendo raffazzonato un plot-twist a cui si arriva impreparati e disorientati. La tecnologia che schiavizza gli uomini, un futuro distopico che si fa sempre più presente, l’inserimento di un caustico sarcasmo  e una fotografia tanto accecante, quanto ombrosa e inquietante, rivestono il corpo di The Running Man di sottovesti attraenti e seducenti. Wright è un sarto abile che conosce il proprio mestiere e la fattura del proprio materiale; ciononostante, le misure prese sono alquanto sbagliate, allungando l’abito di troppi centimetri, facendo così inciampare il proprio modello, bloccandogli la fuga, lasciandolo a metà strada alla mercé di un pubblico/cacciatore che pietà di certo non ha.

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