Recensioni

Da quando – all’incirca dalla seconda metà dei ’90 in poi – il rap ha fatto l’atteso “botto” commerciale, ha iniziato a tralasciare la cronaca della strada per darsi alla glorificazione delle proprie gesta. Nulla di male, in fondo, giacché di vanterie e autoreferenzialità ce n’erano anche prima, ma il problema è che dal punto di vista creativo “il gioco” (come lo chiamano oltreoceano) si è fatto ben presto noioso. Le istanze più innovative restano, per fortuna, da cercarsi in chi – lontano dai riflettori e con la pelle non proprio scurissima – ha proseguito a sperimentare e offrire appetitosi frutti.
Esiste in ogni caso una vena aurifera che riesce miracolosamente a far andare a braccetto qualità e conto in banca: gente come Missy Elliott e Outkast, tanto per non fare nomi, oppure The Roots. Vi ricorderete tutti del tormentone con Cody Chesnutt che li portò, via MTV, persino sul palco del nostrano Festivalbar: scappano sorrisi che sfociano in risate, a immaginarsi le facce di quanti si comprarono Phrenology convinti che si trattasse di una cosa estiva e passeggera. Non lo era, come dimostrò l’album successivo e come peraltro avevano già proclamato quelli usciti in precedenza. ?estlove e accoliti erano qui per rimanere e consegnare uno dei migliori dischi del 2006, a prescindere dall’ambito di riferimento.
La “teoria del gioco”, splendido e sintomatico titolo da ricollegare a quanto detto in apertura, è ben nota al sestetto di Philadelphia, che l’ha vissuta e maneggiata fin dalla più tenera età. Ne riscrive alcune pagine con calligrafia sicura e persuasiva, già che c’è, proseguendo l’interazione tra campionamenti (Sly Stone bistrattato a dovere nel brano omonimo), basi sintetiche e vere parti suonate. Sono proprio queste ultime a fare la differenza, un valore aggiunto che diviene pilone e restituisce il calore umano proprio di soul (la morbida ma non melensa Clock With No Hands) e funk (cos’è Long Time, altrimenti?). Dissolvendo qualsiasi accusa di revivalismo sterile, ha più senso parlare di un omaggio alla tradizione – eloquenti i Public Enemy utilizzati per la rutilante False Media – che poi si sposta in territori esclusivi, che raccontano il proprio tempo con esperienza e autorità.
C’è una cura del particolare in ogni brano (Dilltastic…è un breve frammento alla memoria di J Dilla) che affiora con gli ascolti ma non va a svantaggio della compattezza, anzi sottolinea la profusione di idee e stile. C’è Don’t Feel Right, ribollente dell’ospite Maimuna Youssef come di piano e clavinet; c’è la marziale desolazione urbana di In The Music; c’è una Baby graziata dall’incedere pigramente sensuale; c’è una Livin’ In The New World che Beck non scrive da dieci anni e una Can’t Stop This che George Clinton rincorre da venticinque; c’è una Atonement che archi di casato bristoliano baciano in fronte. Ci sono, alla fine del conto e del gioco, tutte le ragione per portarvi a casa questo disco, mandarlo in repeat e quindi dritto nelle playlist di fine anno.
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