Recensioni

Un’autoproduzione.
Un’opera che in teoria non dovrebbe nemmeno trovarsi qui. Eppure la
qualità di Money’s On Fire dei bresciani The
Record’s è alta, altissima, tanto da farci pensare al disco in
questione come ad uno dei migliori esordi dell’anno. Si parla
fondamentalmente di garage nei quaranta minuti di programma, roba,
insomma, da giovani rampanti e pieni di incazzatura. E fin qui nulla
di strano. La novità risiede nel fatto che lo si fa
anteponendo l’eclettismo alla semplice irruenza, la ricercatezza
nella stesura alla voglia di scorticare la chitarra, la
consapevolezza alla ribellione svagata tipica dei teenagers.
Sembrerebbe scontato e invece non lo è, soprattutto quando si
frequentano territori musicali legati a filo doppio alla variabile
anagrafica. Pierluigi Ballarin, Gaetano Polignano e Pietro Paletti sono bravi a rielaborare la materia in maniera personale, sfruttando
una molteplicità di riferimenti – e questo è il
vero valore aggiunto – anche non direttamente riconducibili ai luoghi
comuni del genere: se Rudy cita i Vines di qualche anno
fa in maniera abbastanza didascalica, Clouds Are Moving è
new wave ariosa e coinvolgente, Money’s On Fire è un
singolo elettro-acustico praticamente perfetto, A Little Content ha il germe soul di Van Morrison disteso su un tappeto di
chitarre elettriche, Big Time Moaner è una ballata
acustica tra David Bowie e Syd Barrett, Cannot Sleep abbraccia i Sixties inglesi partendo dai Novanta. A dare una mano in
fase di produzione c’è Giovanni Ferrario, al solito esemplare
nel donare agli arrangiamenti il giusto peso e al disco una patina di
rispettabilità. Per un’opera sorprendente che piacerà
anche a chi, già da un po’, non traffica più con i
furibondi sbalzi ormonali dell’adolescenza.
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