Recensioni

New York inevitabilmente pulsa storia hip-hop e house. Questo miscuglio di ritmi da strada e da floor fa parte del background dei Rapture, che da buoni cittadini della grande mela, tentano di ripescare dagli archivi presenti e passati una selecta rappresentativa di ascolti eclettici, ma inevitabilmente indie. Il proposito riesce, anche perché si va sul sicuro. Per la parte old school il quartetto prende il meglio del funk (l’irresistibile Holy Ghost direttamente dai Bar-Kays, la backing band di Otis Redding), del disco-rap (un culto 80 come Bounce, Rock, Skate, Roll di Vaughan Mason & Crew) e del beat pop (I’m An Indian Too) passando anche per quella befana di Woodstock che è Richie Havens (il classico rock funky di Going Back To My Roots); per le sonorità più vicine ai clubbers di oggi si va da Mad Mike Banks (storia Underground Resistance sotto l’alias Galaxy 2 Galaxy) a Thomas Bangalter, dall’inno deep di Van Helden (una Flowerz da brivido) alle battute iperpese di Alter Ego (Why Not?!). Insomma, i Rapture non sono solo una band da palco. Hanno anche un gusto sopraffino. Li aspettiamo adesso dietro alla consolle
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