Recensioni

Help Us Stranger è il terzo album dei The Raconteurs e arriva a ben undici anni di distanza dal precedente, ledzeppeliniano Consolers Of The Lonely – lanciato a sorpresa senza alcuna promozione per «esplorare l’idea di rendere disponibile un album ovunque e allo stesso momento» – che invece usciva soltanto un paio di anni dopo il buon esordio Sixties Broken Boy Soldiers, risalente al 2006 e contenente il fortunato singolo Steady, As She Goes. Ne è passata di acqua sotto ai ponti, insomma: all’epoca, basti pensare, i White Stripes erano ancora attivi. Dal 2010 in poi, infatti, è stato un continuo avvicendarsi di notizie confuse: band in pausa, band riunita per sporadici concerti, band in studio, band in fase di scioglimento, band di nuovo in studio…
Jack White, Brendan Benson, Jack Lawrence e Patrick Keeler (questi ultimi due, dai Greenhornes), eccoli qui, sono tornati e ci consegnano tutto quello che ci aspetteremmo da loro, con scontata bravura e gradevole tiro: le dodici canzoni in scaletta centrifugano elettricità e corde acustiche in una piccola maratona blues-r’n’r, guardando quando al sound di Detroit – la città originaria sia di White sia di Benson – quando a quello di Nashville (dove sono avvenute le registrazioni, ai Third Man Studios di White ovviamente, e dove è stato stampato persino un vinile in edizione speciale).
White e Benson – entrambi amanti di sonorità rétro e vintage, superfluo ricordarlo – hanno scritto tutti i brani in programma, a unica eccezione della groovosa cover di Hey Gyp (Dig The Slowness), di Donovan, alternandosi sempre al microfono. Bored And Razed segna l’inizio con riffeggiare su roventi rotte Seventies, Help Me Stranger parte country e diventa folk-rock DOC, Only Child mostra uno storytelling intimista vagamente psych-pop, la tellurica Don’t Bother Me preme sull’irruenza in scia Jon Spencer Blues Explosion. Si prosegue mantenendo più o meno lo stesso mood, compresi i singoli Sunday Driver (sferragliante) e Now That You’re Gone (caracollante).
Al disco partecipano poi il tastierista/polistrumentista Dean Fertita dei Queens of the Stone Age (che con White e Lawrence condivide un altro progetto parallelo con tre lavori all’attivo, The Dead Weather: da subito più viscerale, poi in lieve calo) e Lillie Mae Rische con sua sorella Scarlett. Non sappiamo se White, una delle poche icone musicali attestatesi a cavallo tra anni Zero e Dieci, con oltre un ventennio di carriera ormai alle spalle, si sia convinto a rimettere in piedi i Raconteurs per smuovere le acque dal suo percorso da solista: dopo Blunderbuss e Lazaretto, molto vari nel loro tentativo di calare il classic rock nel presente in cui viviamo, Boarding House Reach del 2018 non ci aveva convinto appieno, parco giochi sfoggiante infinite possibilità per un giro divertente ma parzialmente a vuoto. Qui le idee, invece, sono più a fuoco, più coerenti: ci sono meno sorprese spiazzanti e più certezze. Giudicate voi se questo sia un godibile bene o un noioso male. Ad ogni modo, Help Me Stranger non rimarrà nella storia ma allieterà più che a sufficienza gli amanti del vecchio verbo rock and roll.
Ps. I The Raconteurs sono tornati a riproporsi anche live, in tutto il mondo. Jack White conferma il militaresco divieto dei telefoni cellulari in sala (una vera piaga, non è da mettere in discussione…), racchiusi obbligatoriamente in sacchetti dalle chiusure magnetiche – impossibili da aprire se non in apposite aree, in caso di necessità. Tempo addietro le Savages invocavano il silenzio del pubblico, possibilmente libero/liberato dalla schiavitù da screen, con altre modalità, con ogni probabilità più rispettose e dunque in ultima analisi più “educative”. D’altronde, Morrissey è persino riuscito a bandire carne e pesce agli stand gastronomici dei suoi show… Al delirio di onnipotenza non c’è mai fine? Via al dibattito!
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