Recensioni

Come dicono loro in una canzone di questo album, «come all ye faithful»: altro giro, altro gruppo del passato che dopo essersi riunito per i concerti (loro come tanti, a inizio anni ’00, quando è iniziata la retromania) decide di passare anche al disco. Ci si aspetterebbe simile anche il copione, ovvero che, dopo aver passato una prima fase classica e in seguito una di successo dovuta a un suono più pop (ma diciamo pure la parolaccia: commerciale), nel momento in cui torna in studio il gruppo riprenda, una volta uscito dalla corsa per le classifiche, ciò che gli ha fatto guadagnare un posto nella storia del suo periodo, per accontentare sé stesso e i fan, ignorando per lo più tutto quello che lo circonda o che il rock e dintorni, anche ampi, hanno espresso nel frattempo.
Nel loro caso però c’è qualche piccola differenza: dopo i successi della fase Forever Now (1982), Mirror Moves (1984) e Midnight To Midnight (1986), caratterizzata appunto da un suono più elettronico rispetto ai primi due dischi, i Nostri avevano pubblicato due album tranquilli (Book of Days, 1989, e World Outside, 1991), nei quali, diminuendo parecchio i trucchi sonori di facile richiamo, piazzavano bene i singoli accostando a un po’ di ritorno alle origini esempi di uno stile pop misurato ed elegante. Il gap dopo lo scioglimento poi era durato poco (sembrano un gruppo lontanissimo ma alla fine tra l’ultimo disco e la ripresa dell’attività live sono passati nemmeno dieci anni), e poco dopo, nel 2006, c’è stato anche il disco solista di Richard Butler.
Ecco, da una parte il loro ottavo album di studio è in continuità positiva con gli ultimi due e col solista del cantante: qualche pezzo epico che esalta le celebri tonalità roche della voce di Butler (la frenesia potente dell’iniziale The Boy Who Invented Rock’n’Roll, dalla metrica vagamente The Mercy Seat e sospese divagazioni finali, una Don’t Believe proposta come singolo che incalza sulla scia della big music anni ’80 guidata infatti da una chitarra Simple Minds, dei quali si sente qualcosa anche in una classica e bella No One, mentre ci sono venature da musica popolare britannica in You’ll Be Mine, con tracce Big Country) e il romanticismo di Tiny Hands e Turn Your Back On Me. Fin qui niente di strano: anche un pezzo sospeso tra canto religioso e una baldanza da Stan Ridgway quando gioca a fare l’imbonitore da Far West, quale Come All Ye Faithful, ci può stare, come d’altra parte qualche sentimentalismo di troppo in The Wrong Train e This’ll Never be Like Love o qualche coretto risparmiabile (Hide The Medicine).
Quello che sorprende davvero non è tanto che nell’articolata struttura di Ash Wednesday e nella delicatezza della finale Stars si senta il Damon Albarn malinconico e un po’ nostalgico dei The Good, The Bad and The Queen, quanto il fatto che qualche assonanza del genere si trovasse non solo nel solista di Butler ma addirittura già nei suddetti ultimi due dischi dei Nostri – il che sorprende chi, come il sottoscritto, aveva sempre pensato che le ascendenze ’80 di Albarn si limitassero agli XTC da una parte e a Julian Cope / Teardrop Explodes dall’altra (dunque, più che ascoltare cosa c’è stato in giro in UK, allora, si direbbe che gli Psychedelic Furs lo abbiano preceduto, sia pur episodicamente).
Genealogie e rapporti col tempo a parte, è un disco generalmente di buone canzoni, con ragion d’essere e che non delude i fan. Manca il singolo killer, ma era troppo sperarci: la storia l’hanno già scritta in altri tempi.
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