Recensioni

7.2

L’esordio c’aveva sorpresi come un fulmine a ciel sereno. Uno di quei dischi minori a cui solo l’esperienza porta a dare un minimo di credito e che giustamente si rivelano piccoli scrigni ripieni di gioie. Folk autistico, orchestrazioni trasversali, elegante rock albionico e sensibilità crepuscolare in percentuali varie costituivano l’ossatura di un esordio insieme eterogeneo e compatto, sorprendente e capace di resistere allo scorrere del tempo com’era E’ltica. Sermon Your Nihilism.

Ora, stabilizzatasi in quintetto – Mattia Airoldi, Marco Gilioli, Luca Piazza, Francesca Stella Riva e Davide Lelli – la formazione lombarda torna con un altro lavoro completamente autoprodotto, raffinatissimo nella cura grafica e ancor più maturo nel sound e nelle finalità rispetto al pur ottimo esordio.

L’arpeggio folky e malinconico dell’iniziale Faraway mette già sui binari giusti il lavoro, incentrato come usanza dei The Please su una sorta di concept: se E’ltica ruotava intorno all’idea della fine del mondo, Bitter Gospels Along The Riverside tenta una sorta di narrazione delle ansie e delle speranze di quel viaggio chiamato vita, quasi fosse un romanzo. Per far ciò, i cinque usano tinte fosche ma non pessimistiche, facendo spesso ricorso a molti fiati, cori e tasti – The End As A Prologue, una tromba che fa molto La Crus dell'esordio in Hunter, la coralità umorale di Healers, i contrappunti pianistici che fanno molto Canterbury di Hey –, creando atmosfere evocative e quasi cinematografiche (il Tiersen campestre e brumoso di King Fishers) e utilizzando una tavolozza di colori che si muove agile tra cantautorato folkish che rimanda all’americana (Keeper) o a dimensioni corali (Santa River), slanci orchestrali (Back Into Water) che sfiorano lande cabarettistico-circensi (Glass Key) e struggenti contrappunti di mestizia quasi notturna (So Hard).

Meno caracollante e vario di E’ltica ma più maturo e coeso, con una certa rilevanza dell’aspetto letterario dei testi in inglese, la raccolta di gospels amari dei Please si prefigura come l’ennesima perla di un “underground” italiano fiero e resistente. Pronto per essere dissepolto e apprezzato per quel che vale. Cioè molto.
 

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