Recensioni

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Con il quarto disco (il primo per Nettwerk), il duo formato dalla chitarra di Becky Black e Maya Miller avrebbe dovuto dimostrare definitivamente che i proclami della stampa canadese e del loro management sono fondati. Da anni, infatti, si parla di loro come della next big thing del garage, quasi dovessero raccogliere la semina di White Stripes e The Black Keys per quanto riguarda quel blues suonato a due che ha avuto una certa fortuna durante i 2000. Non sarà così. Non perché Do Not Engage sia un disco mal riuscito, tutt’altro: è calibrato come meglio i Nostri non hanno mai fatto. Il problema è che il settore è piuttosto affollato, oltre che dai due gruppi citati, anche da decine di altri gruppi (pescate a occhi chiusi dal catalogo Sacred Bones o chiedete direttamente al nostro Stefano Pifferi, che ve ne sciorinerà una dozzina all’impronta).

Per mettere in mostra il proprio valore, quindi, servirebbe un guizzo di originalità in più. E va bene assottigliare (solo apparentemente) la componente blues per sottolineare il legame con il grunge di marca 90s che sta tornando di moda, ma la formula a duo comporta comunque una limitazione di possibilità espressive che solo una penna fuori dal comune può far diventare l’occasione per brani che lascino il segno. Non basta nemmeno la strizzata d’occhio colta di una The Water in territorio Suicide (estrema trasfigurazione di blues qui ridotta a citazionismo da aperitivo). Cercare di mettere da parte il blues lo-fi delle origini per suonare come un gruppo alt rock di vent’anni fa, insomma, potrebbe non avere giocato un buon servizio.

Rimane una manciata di buone canzoni da aggiungere alla propria personale playlist garage rock (il singolo Big Shot con un riff di chitarra che si stampa nella memoria, la sincope di Animal e Battering Ram), materiale che basta solo per una sufficienza piena meritata per l’energia (che non manca), ma mancata sul fronte della scrittura e della proposta estetica.

 

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