Recensioni

Come tutti sanno, gli storici amano mettere le bandierine. Anzi: devono farlo. Tenendo conto del fatto che più la prospettiva storica è corta, più alto è il rischio che col tempo dovranno, beh, spostarle. Ad esempio, c’è chi negli ultimi anni del Novecento ebbe l’idea di piantare la bandierina della fine del Novecento in anticipo, ovvero su quel 9 novembre del 1989 che vide crollare il Muro di Berlino, da cui la celebre definizione di “secolo breve” (la sto facendo molto semplice, eh). All’epoca, eravamo a metà dei ruggenti 90s, sembrò del tutto plausibile pensare a un nuovo secolo (millennio) già iniziato: del resto, dal momento che la Storia era notoriamente finita (Fukuyama docet), c’era rimasto ben poco da spartire coi decenni precedenti, infestati di ideologie l’un contro l’altra armate e conseguente guerra totale (calda, fredda e temperature intermedie). Senza contare quanto la tecnologia promettesse davvero di proiettarci in un’altra epoca, coi telefoni cellulari e il web già sul punto di cambiarci totalmente la vita.
Tuttavia, al netto del tragico conflitto nella ex-Jugoslavia (vissuto come un’eredità tossica del crollo del vecchio equilibrio), ci attendeva al varco un evento fondante che avrebbe rimesso tutto in discussione, “secolo breve” e “fine della Storia” in primis: parlo, ça va sans dire, dell’undici settembre 2001. Chiudo qui la breve ma in compenso assai superficiale divagazione storica, utile soprattutto a sottolineare come nel gennaio del 2002 stavamo più o meno assistendo allo spostamento in avanti della suddetta bandierina, mentre si faceva largo in noi la convinzione che a quel punto fossimo entrati davvero nel ventunesimo secolo/terzo millennio, con tutto il carico di timore, disorientamento, bisogno di appigli e riferimenti per decifrare i codici di tempi nuovi e più oscuri di quanto ipotizzavamo solo pochi mesi prima. Fu allora che uscì Neon Golden.
Le recensioni, che ricordo piuttosto bene (stranamente: in genere ho una memoria pessima), iniziarono a tambureggiare paragoni con l’epocale doppietta Kid A/Amnesiac con cui i Radiohead avevano messo il cappello sulla cuspide del 2000/2001. Non furono pochi quelli che parlarono di una maggiore padronanza dell’integrazione tra elemento sintetico e forme rock nel lavoro dei Notwist. Personalmente ero intrigato da questo confronto, anche se già all’epoca era difficile non avvertirne l’incongruenza: non veniva sottolineato a sufficienza quanto fossero lontani – sostanzialmente e poeticamente – i dischi tirati in ballo, così come quanto le band avessero poco in comune sia per storia che per – diciamo così – obiettivi. In effetti, quella smania di paragonare necessariamente i Notwist ai Radiohead non aveva molto senso. Ma forse ha senso tentare di capire perché in molti avvertirono naturale farlo.
I Notwist avevano uno strano pedigree. Furono fondati nel (fatidico) 1989 a Weilheilm, un’oretta di strada a sud-ovest di Monaco di Baviera, dai fratelli Markus (chitarrista e cantante) e Michael (bassista) Acher assieme al batterista Mecki Messerschmidt. I primi lavori recavano un’impronta decisamente elettrica, tra hardcore e metal, che solo a metà dei ‘90 si fece impollinare da suggestioni jazz ed elettroniche, non del tutto estranee a quanto stava accadendo più o meno ovunque – da Chicago a Berlino passando da Toronto e via andare – in ambito post-rock. Nel 1997 il trio divenne quartetto con l’aggiunta di Martin Gretschmann, l’uomo dietro al progetto elettronico Console, che portò in dote suggestioni e competenze digitali di alto profilo. Non stupisce quindi che l’anno successivo si sia consumata la svolta di Shrink: dello stile brutale e piuttosto nevrastenico degli esordi restava ben poco, la forma canzone spedita a dipanarsi tiepida e lineare in siparietti che sfarfallano ora jazzati e ora sintetici, il tutto in un’atmosfera sempre più indolenzita e crepuscolare. Un ibrido, certo, però ben lontano dall’idea di crossover – propositivo e talvolta addirittura muscolare – che a un certo punto del decennio sembrava il codice obbligato per decifrare il presente.
Ci vorranno quattro anni per dare vita al successore Neon Golden. Nel frattempo avviene il passaggio alla indipendente ma lanciatissima City Slang (etichetta dei To Rococo Rot e di Schneider TM tra gli altri) mentre Markus inizia l’attività parallela coi Lali Puna. Un vizio, quello di Markus per le avventure collaterali, già coltivato nei primi 90s quando dette vita ai Village of Savoonga (tra psichedelia, hardcore e kraut rock) e poi nel ‘97 fondando i Tied & Tickled Trio (duo di jazz sperimentale destinato a diventare un collettivo diversamente post-rock, in cui tra gli altri finì coinvolto anche il fratello Micha).
Va detto che tutto questo era pressoché ignoto ai più. Fino a quel momento sia i Notwist che i progetti ad essi riconducibili non erano riusciti a guadagnare grandi attenzioni nel panorama piuttosto affollato del pop-rock alternativo internazionale (con l’eccezione parziale di Scary World Theory dei Lali Puna, pubblicato nell’ottobre del 2001). Eppure il battage pubblicitario che anticipò l’uscita di Neon Golden fu notevole, almeno nel “cerchio magico” della stampa specializzata. Le successive recensioni si allinearono poi dalle parti di un gradimento solido e ben argomentato, con frequenti punte di entusiasmo. Ci fu subito, insomma, la percezione di un disco grande e importante, l’album giusto al momento giusto. Quella percezione col tempo è sedimentata in una vera e propria valutazione storica: per quanto di competenza e nel potere della musica pop rock alternativa, Neon Golden racconta esattamente quel momento – mesi, settimane, giorni – in cui un paio di generazioni (la X e la Y) stavano metabolizzando il passaggio a un’epoca di nuove prassi, nuove idee di condivisione e intimità, di limiti e paure, di libertà e (mancanza di) sicurezza.
Bisogna innanzitutto parlare di come questo disco suona: sembra di sentire un pop-rock immaginato da un abitante di un mondo futuro nel quale il pop-rock non esiste in tempo reale ma come documento archiviato digitalmente, come fenomeno riproducibile a partire da input dati in pasto a un algoritmo. Tutti gli elementi che lo costituiscono – acustici, elettrici e sintetici – subiscono una specie di livellamento semantico, non escluso l’elemento umano – la voce – che persiste e connota tutto ma nel segno di un’afflizione arrendevole, esausta, minimale, con un retrogusto di allarme che non emerge mai come slancio vitale. Tu chiamala, se vuoi, indietronica. Tuttavia, nel suo essere comunque partecipe di un movimento all’epoca ancora vitale, la musica dei Notwist sembra provenire da un luogo – da un tempo – che ha già fatto i conti col crepuscolo del rock per come era stato conosciuto fino ad allora.
È soprattutto in questo senso, credo, che il confronto coi Radiohead appare giustificato: per evidenziare gli elementi in comune, certo, ovvero lo stesso senso di necessità nei confronti dell’ibridazione tra rock classicamente inteso, elettronica e altre digressioni (il jazz e l’avanguardia), ma anche per sottolineare una differenza, come dire, poetica. Infatti, laddove i cinque oxoniensi avevano messo in scena quasi in tempo reale lo scontro tra – semplificando moltissimo – l’epoca analogica e quella digitale, i Notwist ne rappresentavano il contraccolpo intimo e profondo nell’individuo, dandogli la forma di una sconfitta consumata prima ancora che il conflitto stesso diventasse manifesto.
Se quello di Kid A e Amnesiac era stato un parto problematico (non perché gemellare, ma un po’ anche per questo), che recava i segni del travaglio e il ricorso al forcipe, Neon Golden suonava come il figlio di una sintesi naturale, di una compenetrazione consumata senza traumi evidenti, quindi accettata, metabolizzata. Rispetto alla distopia obliqua e irrequieta dei Radiohead, i Notwist scelsero un approccio più accomodante e sottile, ma non per questo meno inquietante. Sembravano dirci che non solo eravamo fottuti, ma che eravamo stati noi stessi ad accogliere quella resa, di cui senza quasi renderci conto avevamo fatto nostri i codici: con le nostre abitudini, col nostro modo di comunicare, perfino di amare. Laddove i Radiohead sembravano voler intercettare (o risvegliare) un’inquietudine diffusa, più epocale che generazionale, postulando quindi la possibilità (seppur remota) di uno scontro culturale, le canzoni dei Notwist davano voce a protagonisti solitari, individui implosi in un isolamento senza ritorno, quindi incapaci di organizzare una qualunque forma di contrasto o persino di opposizione.
Questa specie di – consentitemi – apocalisse atomizzata e perciò invisibile, lascia affiorare cicatrici. Che nel caso specifico assumono, ovviamente, l’aspetto di segni sonori: al di là della convivenza tra chitarre, sintetizzatori, archi, percussioni e computer, un elemento ricorrente – anche se non invasivo – nel sound dei Notwist altezza 2002 è il glitch (termine derivato non a caso dal tedesco glitschen, ovvero slittare, scivolare), che nel gergo informatico indica un errore del codice e metaforicamente alluderebbe a un varco tra reale e virtuale, tra controllo e fuori controllo. Un inciampo del processo quindi, ma quale processo? Quello di un umano che sta diventando macchina o viceversa? In questo interrogativo sospeso, in questa crepa infinitesimale sulla pelle del conflitto messo a sistema e quindi ormai dimenticato, mi pare che stia il senso profondo e profondamente attuale di Neon Golden.
È il caso a questo punto di entrare nel merito del disco (del resto quella che state leggendo dovrebbe essere una recensione), la cui scaletta si apre col pizzicato di corde e la tastierina di One Step Inside Doesn’t Mean You Understand, il piano e gli archi quale cornice di un’apprensione sintetica stropicciata, un vero e proprio quadretto frugale – ma anche due dimensioni che si scontrano, un po’ come nei coevi Múm – a cui segue la wave dai lineamenti ripassati dub di Pilot, dal passo melodico tristanzuolo però trascinante degno dei migliori New Order. Segue, per completare una tripletta iniziale di alto profilo, Pick Up The Phone, ballata che prende in prestito tastierine pastello beatlesiane, epilessie drum’n’bass, pennellate cupe wave e un arpeggio sperso dal retrogusto post per farne il sostrato su cui si adagia un mantra accorato e dimesso («When life is a loop / You’re in a room without a door») che a ben vedere contiene tutta la distanza e il vuoto prodotti da tempi (quelli, questi) che pure sembrano impegnati a demolire i gradi di separazione.
Se la grazia malmostosa di One With The Freaks si candida al titolo di pezzo più anni ‘90 del lotto (in senso indie rock), con un testo che comunque t’inchioda («Lose the access to it all / And all of a sudden / You were one with the freaks»), Trashing Days e la title track germogliano da due diversi fantasmi folk per dare luogo nella prima a una ballata a basso voltaggio venata di malinconie mitteleuropee, mentre l’altra incarna apprensioni quasi Canterbury, reminiscenze Peter Gabriel e spettri Talk Talk abilmente liofilizzati (suggestivo il lavoro di legni e ottoni) mentre allude al contrasto tra freddezza e calore (il neon dorato) degli ambienti artificiali come alla metafora definitiva del conflitto sublimato nella quotidianità.
Detto quindi di una Off The Rail che scende a patti con certi quadretti cameristici di stampo Rachel’s o Venus (l’elettronica però sempre in gioco come un soffritto androide a insaporire lo struggimento degli archi) e di una Solitaire che insegue suggestioni cinematiche grazie a un campione di Drowning by Numbers di Michael Nyman, il cuore del disco va individuato in This Room, quasi un atmospheric d’n’b che si fa attraversare da un fraseggio di chitarra ventrale e prendere in ostaggio da una trama digitale stridente e al tempo stesso ombrosa, con Archer che si aggira nel più cupo degli scenari («No matter what we say / No matter what we think / We’ll never, we’ll never leave this room / What are we going to do about this?»).
La conclusiva Consequence è l’atterraggio morbido dal cuore intossicato, tessiture di archi e tastiere chiamate a imbottire le pareti di un’invocazione sentimentale più amara e spigolosa di quanto la tenerezza melodica non autorizzerebbe a pensare («I’m not in this movie / I’m not in this song / Never / Leave me paralyzed, love / Leave me hypnotized, love»).
Quella in cui vide la luce Neon Golden era una stagione di riflussi folgoranti, tra i quali si impose un’improvvisa febbre di rock pescato soprattutto dal catalogo delle nostalgie new wave, con epicentro la città di New York, sorta di vaso di Pandora scoperchiato sappiamo-bene-come: si trattava, perlopiù e in buona sostanza, di musica eccitante per un presente con più passato che futuro. In questo quadro, i Notwist si distinsero per il piglio defilato, quasi riluttante. Nella loro musica non c’era urgenza di presente: la loro musica era presente svuotato di urgenza, era una nostalgia di futuro che non potevi più permetterti di calcolare sulla pelle del passato.
Neon Golden è il loro capolavoro. Per un po’ è sembrato il suono stesso della nostra vita, qui e adesso.
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