Recensioni

Dietro allo sfizioso nome d’arte The Niro si cela Davide Combusti,
trentenne romano la cui apparizione ha provocato una strisciante
effervescenza nel giro pop-rock del Belpaese. Niente frizzi e lazzi da
“next big thing”, graziaddio, però c’è stato un diffuso innalzamento di
sopracciglia. Mica poco per un debuttante che alle unzioni sanremesi e
alle protezioni dei soliti mammasantissima ha preferito una gavetta
sana e tenace, a gioco lungo capace di farsi strada in ambito
internazionale.
Diciamo subito che le aspettative erano
giustificate, perché l’uomo possiede davvero i mezzi già apprezzati
oltreoceano e in terra d’Albione (i testi, per la cronaca, sono in
inglese) da un Lou Barlow e da un Badly Drawn Boy, da Okkervil River e da Isobel Campbell,
per i quali tra gli altri ha fatto da supporter. Quello di The Niro è
un pop-rock emozionale e ricercato con la propensione ad incorporare
elementi soul (quel falsetto sdrucciolevole) e farragini folk-jazz,
tanto da far lecitamente pensare al Buckley figlio,
ma va detto altresì che laddove il buon Jeff angelicava crepacci, il
bravo Davide al più smeriglia bassorilievi. Con perizia ammirevole e
persino sorprendente (si ascoltino in sequenza So Different e Cruel) ma appunto frutto di un’applicazione appassionata ai cliché del caso. Aggiungete pure disinvolta (la sbrigliatezza british di An Ordinary Man, una Hollywood che immerge Tim Hardin in uno sciropposo boudeoir) e se volete intrepida (quella Baisers Volés a cavallo tra wave pop e cow punk ): la sostanza non cambia.
Senz’altro Damien Rice è paragone più attagliato, anche se la tentazione di additarlo quale plausibile anello di congiunzione tra i Muse meno barocchi e il George Michael di Listening Without Prejudice è davvero forte. Al pari di proporlo quale contraltare del neo-cantautorato urgente e scorbutico tipo Le Luci Della Centrale Elettrica. Insomma, c’è il disco, c’è un buon autore, e ci sono le zavorre di cui sopra.
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